Io scrivevo.

(racconto breve di Dario Villasanta)

Io scrivevo.

Scrivevo di notte, per non dar fastidio a nessuno  e perché il mondo non infastidisse me.

Io scrivevo.

Scrivevo perché credevo di dover dire qualcosa, perché credevo nel bisogno delle persone di dover sentire una voce, scrivevo per catarsi e per necessario donarsi agli altri.

Quindi, ogni notte alle quattro del mattino, in ogni momento in cui la vita sembrava fermarsi per un attimo, io mi usavo per scrivere. E scrivevo.

All’inizio scrivevo solo per me, perché solo io potevo liberarmi dai demoni della vita in qualche modo e, credevo, la soluzione fosse scriverli a modo mio, come il mettere i demoni su carta perché restassero lì, fissati sul foglio e, quindi, incapaci di muoversi oltre, inibiti nel far danni come fecero a me.

Io scrivevo.  E scrivevo.

Erano le mie notti, le mia albe, le mie ‘ore blu’ tra l’aurora e l’alba, il mio esclusivo momento in cui solo le parole potevano colpire duro. Era una nicchia tutta mia e dei miei sfoghi.

Lo facevo perché ero nato leggendo. Lo facevo perché i libri mi avevano cresciuto. Lo facevo perché non avevo voglia o bisogno che qualcuno mi leggesse, ma perché era la forma che mi era stata imposta dalla mia crescita: i libri . E per quello scrivevo, invece di cantare dipingere o altro.

Poi compresi.

Compresi troppo tardi,  e fu perché qualcuno mi disse: “perché scrivere delle belle cose per tenerle in un cassetto?”

Al momento pensai fosse vero, che aveva ragione chi mi disse questa cosa, che se avevo scritto qualcosa di buono che motivo c’era di lasciarla ammuffire dentro di me?

Perché di questo  si trattava: ogni bellezza di cui sarei stato capace sarebbe restata solo nella cantina, umida, del mio intentato.

Fu così che pubblicai.

Fu così che mi misi in gioco.

Fu così che conobbi altri autori.

Strinsi loro la mano, li lessi, scattammo foto insieme, mangiammo e bevemmo insieme.

Fu un periodo in cui fu un bel gioco sentirsi uno scrittore, ma non era il mio ruolo: io volevo solo leggere. Certo, volevo dire la mia su qualcosa di importante, ma era quella la via giusta?

Non lo so, ma lo feci. E fu un casino: c’era da tenere buoni rapporti con tutti,  o mandare affanculo  più gente di quanta ne conoscessi.

Era il bivio: rimanere il bambino che si rifugiava nei libri, o l’uomo e scrittore che ne faceva un compromesso per restare nella casta di chi poteva dire la sua in modo elitario, facendosene un vanto pur se millantato.

Giocai a giocare per un po’ allo scrittore, ma persi il bambino. Persi il rifugio nei libri, ne ebbi il rifiuto, disgustai chi li scriveva finché , stanco e in un’altra notte di me stesso, decisi: basta.

Qualcuno mi disse che avevo talento, qualcun altro non mi lesse neppure.  Ma io avevo già deciso: preferivo tornare piccolissimo ,  affamato di parole e non di persone perché, di quelle, nel frattempo ne avevo avuto abbastanza nella vita,  in tutte le salse.

Io scrivevo. Ora non scrivo più. Lo lascio fare a chi è più cinico di me.

Ora, sarò già contento poter di nuovo leggere.

Posso però dire: io scrivevo.

Ma non so se sia un vanto.

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