Estratto N°1: Nella pancia del mostro

(estratto dal romanzo di Dario Villasanta Nella pancia del mostro)

Anni fa, conversando con un carcerato, uno di quelli vecchia scuola dalla scorza dura e senza paura di niente, gli chiesi a un certo punto se fosse mai stato in O.P.G. Mi rispose di sì, ma non ne volle mai parlare e la sua espressione mentre lo diceva  fu eloquente quanto enigmatica. Perché non riusciva a raccontare, mi chiedevo?

Dieci anni più tardi faccio il computo delle persone del suo stampo che, nel frattempo, ho visto passare dagli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (nome addolcito dei vecchi Manicomi Criminali) e non sorprenderà sapere che, per quanto avvezzi ad anni di reclusione e vita al limite, non ho visti molti di loro uscirne bene, anzi quasi nessuno. (dalla nota dell’autore)

Mi si snebbiano gli occhi al risveglio, mentre sento di non poter muovere i polsi. Ci metto poco a capire che sono legati al letto: strisce di cuoio, con ogni probabilità. E questa mi pare già una fortuna, visto che in alcuni posti ti legano con semplici strisce di stoffa, strette fino a fare male, che ti bloccano la circolazione e tagliano la pelle a ogni tentativo di movimento. La luce che vedo è quella del giorno, l’unica finestra non ha imposte ma solo sbarre. È chiusa, ma sento lo stesso il vocio degli altri internati nel cortile di sotto e un rumore di ghiaia sotto ai loro passi strascicati e fiaccati dalle terapie coatte e sedanti.

Speravo di non entrarci più, qui dentro, ma ci sono tornato. Sono passati anni, eppure l’odore di malato è sempre lo stesso.

Mi guardo intorno e intuisco, dal tanfo di piscio stantio e di disinfettante che non riesce a coprirlo, che sotto il letto è stato messo un pappagallo per l’urina. Eppure c’è una porticina scorrevole e spessa che dev’essere quella del bagno. Loro però non te lo lasciano usare, ci vanno solo a prendere l’acqua per lavare la padella in cui devi fare i bisogni. Se ti va bene, perché più di una volta ho visto invece pazienti legati, lasciati lì ad agitarsi nelle proprie feci, bagnati di urina e sporchi fino alla punta dei capelli.

Per questo dico che mi è andata bene, anche stavolta: ho conosciuto posti dove solo un buco nella rete metallica permetteva di espellere gli escrementi senza doverci rantolare dentro, a parte il fatto che si veniva legati da nudi e la rete era quasi sempre arrugginita e sporca delle schifezze di chissà quanti altri prima di noi.

Non credo che uscirò tanto presto da qui, anche se spero di farcela ad abbandonare questo soffitto bianco che mi guarda imperterrito e spocchioso, irridente e stronzo per la mia forzata impotenza.

Mi chiedo però se io sia ancora in grado di sopportare tutto questo, di nuovo, dopo aver assaggiato la libertà. E che libertà! Chissà se quelli che ho lasciato là fuori ora stanno bene, se poi hanno risolto qualcosa della loro vita e chissà quando potrò comunicare di nuovo con loro… È la solitudine ciò che sconvolge davvero in una stanza d’isolamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, la consapevolezza di aver perso i contatti con qualsiasi persona al mondo tu conosca, tagliati di netto da un’entità giudiziaria che ha qualsiasi potere su di te, anche quello di farti sentire una merda più di quanto tu non faccia da solo.

Inutile piangerci sopra, non servirebbe a niente e so bene quale soddisfazione darebbe ai miei meschini carcerieri. Esseri venuti dal nulla, che nulla contano all’infuori di questa recinzione e che qui invece trovano quel potere e quelle occasioni di comando arbitrario che non avranno mai nella vita reale, e questa certo non la è. Capaci solo di sfogarsi su chi potere non ne ha più, neppure per andare al cesso.

Bentornata all’inferno, anima mia, fatti forza e coraggio perché solo quelli forse ti salveranno. É te che cercano, lo sai, ed è te che proveranno ad annientare in tutti i modi che conoscono. Sono bravi in questo, sono potenti e intoccabili, ma tu mi servi sopra ogni altra cosa. Bentornata in OPG!

foto: Luisa Forinese

(…)Quel fine settimana era stato più duro del solito, Domenico ci stava giusto pensando mentre usciva dall’ufficio. Aveva lavorato senza pause, sabato e domenica compresi, perché il progetto che stava seguendo era davvero importante e valeva il sacrificio anche del weekend al mare, che lui invece era abituato a concedersi dall’inizio della primavera. Anche se adesso si sentiva in salute, provava a volte un po’ di stanchezza per il lavoro, che avvertiva anche sotto il profilo emotivo. Sapeva di non poter strafare e di dover fare attenzione nel dosare le sue energie: il baratro della depressione, in cui era piombato due anni prima, era un rischio che non si poteva più accollare. Le cose allora erano molto diverse e ben altri fatti erano intervenuti a condizionare la sua vita, di questo Domenico era consapevole. La paura però resisteva, il timore che sotto una pressione eccessiva avrebbero potuto di nuovo manifestarsi quei sintomi che i medici all’epoca avevano bollato come il suo ‘male di vivere’.

Era caldo quel mese di luglio, di un’afa opprimente e sgradevole. I suoi odori contribuivano a riportargli alla mente quell’estate di due anni prima, per i viali e le zone più improbabili di Milano, in compagnia dei personaggi altrettanto improbabili che lo avevano accompagnato allora. In tutta onestà, Domenico doveva ammettere di rimpiangere l’umanità che aveva trovato in loro. Non solo in Dax, ma anche in Marina, quell’amica di Giulia dai modi leggeri eppure concreti; e persino in Sasha, lo slavo dalla freddezza inquietante, che mentre comunicava loro la scomparsa di Dax, aveva mostrato segni evidenti, anche se quasi impercettibili, di dispiacere e commozione. O almeno, a Domenico piaceva pensarlo.

Bevve un altro sorso del suo caffè americano, fece scorrere con un dito la pagina successiva del tablet e proseguì nella sua non lettura. Cercava di scacciare quei ricordi, ma in realtà non desiderava altro che affondarvi fino al collo, bagnarsi nelle acque di un passato sì disperato, ma dal quale aveva avuto inizio la sua rinascita.

Foto: : Luisa Forinese

(…) Qui dentro, si sta formando un bel gruppo. A me e a Giovanni si sono aggiunti man mano i nuovi arrivati, mentre Sandro è partito per finire di scontare la pena in una comunità.

Tra i virgulti spiccano Manolo, narcotrafficante veronese senza patologie riconosciute ma con il vizio mai sopito della coca, e Bart, detto così per la sua birboneria congenita stile Bart Simpson, monello borghese anzi decisamente benestante, tanto che il magistrato di sorveglianza non ha accettato di fargli scontare la misura di sicurezza a casa, dato che la sua è così grande e bella, con tanto di terreno per i cavalli, che non fu valutata come un’effettiva e vera punizione. I due sono molto diversi, uno protagonista per indole e carisma, l’altro defilato ma simpatico e rispettato da tutti, entrambi benvoluti dalle donne.

Passiamo il tempo meglio, da quando si è tacitamente formato questo sodalizio, e ci divertiamo molto di più. Giochiamo a carte soprattutto e prendiamo in giro tutto e tutti, compresi noi stessi, oppure scommettiamo su qualunque cosa purché non sia roba seria. E siccome noi siamo quelli che siamo e ne abbiamo viste di tutti i colori, neanche la morte è abbastanza seria per noi e quindi arriviamo anche a scommettere su chi morirà prima qui dentro.

L’idea ci è venuta un pomeriggio quando, durante una partita a carte sui tavolini all’ombra del ciliegio, si è fermata un’ambulanza davanti alla porta d’ingresso del reparto. Il fatto ci è parso subito strano perché le ambulanze, e qualsiasi mezzo a dire la verità, arrivano sempre davanti all’ingresso della portineria, in quanto ci vuole un’autorizzazione speciale per entrare dove ci sono gli internati. In quel momento, per puro caso, stava lì con noi anche una psichiatra che ha assistito alla scena: due infermieri scaricano una barella con sopra un vecchio che è tutto una grinza, sdraiato con gli occhi chiusi e cannule dappertutto che gli escono dalle braccia e dal naso.

Bart si è rivolto alla dottoressa e, con il suo aplomb irresistibile per le donne, le ha subito fatto notare: – Scusi, dottoressa, ma quanti anni ha quello? Con tutto il rispetto, voi lo state portando qui, ma io credo che se ne andrà molto presto -.

La dottoressa non ha potuto far altro che convenirne e si è allontanata subito.

– Ma che ce li portano a fare, a questa età? Dicono che ha novantasette anni… – osserva uno di noi.

– Mah, è assurdo – dice un altro.

– Secondo me, non dura neanche un mese – intervengo io.

– Un mese? Due settimane, vorrai dire! Ma non lo vedi com’è conciato? – mi contraddice Bart, convinto.

– Sì, hai ragione! – replico. – Devi però considerare che qui ci sono gli infermieri, notte e giorno. Un mese, forse tiene duro – rilancio io.

– Perché non scommettete? – se la ride Manolo. Detto, fatto: vincerà un caffè chi indovinerà il giorno in cui quel povero vecchio tirerà le cuoia. Alla scommessa si sono aggiunti altri e, da quel momento, tutti siamo corsi ogni giorno al bollettino medico, non perché ci importasse di vincere un caffè, ma perché faceva parte del divertimento e in fondo ci dispiaceva per quel povero vecchio che, qualunque cosa avesse combinato, alla sua veneranda età se ne doveva stare in questo posto maledetto, invece che a casa sua. Ognuno di noi ha finito per augurarsi che ce la facesse a uscire in fretta e con le sue gambe, oppure che altrettanto in fretta morisse per non patire come noi la dignità rubata.

Per la cronaca, tre settimane e tre giorni dopo il nonno è morto, così Bart ha vinto la scommessa. Allora, nessuno di noi ha mancato di passare da lui in nottata per farsi almeno il segno della croce, anche se pochi qui sono credenti, ma è stato comunque per rispetto e come saluto. In quell’occasione, tanto per essere più precisi, Bart ha indovinato anche l’ora del decesso, e, visto che lui continua a vantarsene, abbiamo deciso di fare altre scommesse per avere la rivincita: su chi muore o su chi prende per primo un cazzotto sul muso, dal matto che di volta in volta dà in escandescenze. O cose così, insomma.

Sembra crudele lo so, ma in fondo è l’unico modo per esorcizzare la morte.

Troppo spesso, infatti, qualcuno viene tirato giù a forza dalle sbarre a cui ha cercato di impiccarsi con una cintura o le lenzuola; poche volte, ma sempre troppe, qualcuno ci riesce. E allora la solita trafila: via vai di medici, ambulanza, carabinieri che se ne vanno con un pugno di mosche, e un velo pietoso steso subito dopo, perché la vita continua. Un medico in particolare sembra essere insensibile a questi episodi e dai veterani è accusato di essere colpevole di molti suicidi, avvenuti per maltrattamenti o torture, fisiche o psicologiche. Vengo a sapere che è stato anche inquisito dalle famiglie delle sue vittime e che gli vengono attribuiti anche alcuni episodi di violenza ai danni di pazienti donne, anche se tutto si è sempre risolto con un insabbiamento. Io l’ho conosciuto da subito come un vero stronzo, che gode a punire anche infrazioni veniali con isolamento e somministrazione forzata di terapie pesanti. Non so quale sia la verità ma, nel computo delle sofferenze inflitte gratuitamente agli internati in genere, di innocenti non ce n’è. Lui lo sa benissimo e ogni sguardo è una stilettata. Dopo l’ennesimo suicidio di un paziente sotto le sue ‘cure’, decido che comunque, quando sarò fuori, il mondo cosiddetto ‘civile’ dovrà sapere anche di lui.

Il commento dello scrittore Massimiliano Santarossa

Qui, non perdiamo tanto tempo a parlare di chi muore ma ci pensiamo, anche troppo, ognuno per conto suo. Visto poi che, suicidi a parte, qualche morte è veramente inspiegabile (o spiegabilissima, con la trascuratezza: guarda caso, si tratta sempre di persone che non hanno nessuno al mondo, persone dimenticate), non ci arrovelliamo più di tanto e pensiamo a vivere la nostra vita, tra un procedimento penale e l’altro e un quotidiano da far scivolare via, in attesa di una data di dimissione che resta ignota. Nessuno, infatti, sa quando se ne andrà da qui. Forse tra un mese, forse tra anni, forse chissà quando: non per niente lo chiamano ‘ergastolo bianco’.

 

Nella pancia del mostro 

210 pagg. Lettere Animate 2016.

Prezzo: euro 13.00

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