La difficoltà di entrare ‘Nella pancia del mostro’: per prima la mia

Saranno quattro mesi che cerco di scrivere un qualsiasi sentire personale su questo romanzo (Nella pancia del mostro) grazie al quale sto portando in varie città d’Italia una testimonianza, una storia di quelle che sono tante e nessuna. Ma fa male, troppo male, forse è stato il dolore provato nello scriverlo che mi blocca, forse invece sono i commenti, quasi quotidiani, di chi mi spalanca l’anima dopo averlo letto. Si badi bene: non parlo di giudizi del tipo ‘bello’, ‘brutto’ o comunque dal punto di vista letterario; mi riferisco a quanto mi accorgo stia entrando nel cuore e nella pancia di chi lo legge.

Ognuno ha un suo differente e personale motivo per ritrovarsi in qualcosa, tra quelle parole e quei fatti che saranno veri, saranno finzione, ma evidentemente per chi li legge sono verità sue, e tanto gli basta.

E questo è poi il motivo per cui, salvo eccezioni, non posso né voglio condividerli né tanto meno sbandierarli, proprio perché sono brandelli di sofferenze altrui. Non solo: chi mi esprime quanto se ne sia sentito coinvolto per vicende personali merita il rispetto di chi spalanca sentimenti, anima e vissuti che non ha potuto condividere spesso.

In tutto questo, io mi sento come se fossi riuscito a far sentire meno sole e abbandonate queste anime, che Dio solo sa quanto invece avrebbero bisogno più di confronti e e carezze che non di voli pindarici che finiscono irrimediabilmente travolti da: ingranaggi distorti delle istituzioni, ignoranza indotta da cattiva informazione, biasimo di chi li circonda e giudica senza sapere in realtà nulla.

Ecco, forse sarà presunzione, ma dopo due date (Casalecchio di Reno e Varazze) e con la tappa di domani nella Capitale, da cui già si alzano timori e tremori (e mi scusi Kierkegaard per il furto di metafora) suscitati dalla lettura di questo romanzo su psichiatria e giustizia legate a filo doppio, mi sento pesare addosso una grande responsabilità che, a ogni modo, non posso permettermi di tradire.

E’ bene che si sappia: i miei ultimi due romanzi sul tema mi stanno danneggiando su più fronti della vita personale, e nessun dato di vendita potrebbe porvi riparo. Stavo per mollare tutto dopo la seconda data, lo confesso, anche perché il peso emotivo ogni volta si fa sentire, e uso un eufemismo.

Ma quelle parole, quelle storie che mi arrivano ogni giorno e quella speranza (sì, fottuta maledetta speranza!) che traspare da tutti voi mi renderebbe un inutile scarafaggio se smettessi ora, molti lo riterrebbero giustamente un tradimento aggravato da vigliaccheria e avrebbero ragione.
Perciò avanti così. I lettori di Nella pancia del mostro non sono i venticinque del Manzoni, ma neppure le migliaia di non so chi; però credo si sia di fronte un raro caso in cui davvero (e non per snobismo intellettuale, o peggio vanità dissimulata da radical chic tipo un ragionamento da volpe con l’uva) conterà – e ha contato –  ciò che le mie parole, esperienze e testimonianze lasceranno o hanno lasciato nel cuore delle persone, che siano due o due milioni poco importa.

E in questo caso, forse un giorno farà meno paura anche a me scendere ogni volta Nella pancia del mostro.

(Per saperne di più CLICCA SULLE COPERTINE)

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