LA CULTURA CHE SI PRENDE IN GIRO DA SOLA

simpon-presa-in-giroC’è una parola abusata nella cultura italiana, ed è proprio: ‘cultura’.

Se la civiltà di questo paese, che fu culla della Cultura vera, è in disgrazia ci sono tanti motivi, ma alcuni forse li so anch’io.

Inutile e troppo facile prendersela con chi scrive e pubblica quando e come gli pare, dalle poesie sgrammaticate su Facebook ai libri autoprodotti o, peggio, pubblicati a pagamento e spesso  di infima qualità (non sempre a quanto pare, e c’è un motivo anche lì ma è un’altra storia ancora).

Inutile anche prendersela con ‘gli italiani che non leggono’, il ‘popolo becero’ o la ‘massa analfabeta’, ognuno la dica a modo suo, ma il concetto rimane quello: sono anche loro figli della ‘cultura’,  poi lo vedremo.

Che dire poi dei giovani, tacciati di essere ‘tutto Internet e niente cervello’? Balle anche queste, ci danno spesso dei punti, altro che. Quelli ‘svegli’ sono più esigenti di noi, è un dato di fatto.

01711101La verità è che la cultura in Italia non è più credibile, per motivi ben più inquietanti di quelli elencati sopra (e altri su cui non perdo neppure tempo). Un ambito che è da sempre deputato alla nostra crescita, fin dai primi libri sfogliati e divorati nell’adolescenza e che ci formano (non a caso si chiama ‘di formazione’ certa narrativa) deve – non può, ma deve – essere all’altezza dei principi, dei valori e della crescita umana, prima ancora che sociale, e delle sue legittime aspettative di miglioramento, di evoluzione. Ma non lo è, e mi sconforta constatarlo ogni santo giorno.

E poco valgono battute, dichiarazioni e strali (spesso velati da rancorosa ironia) di quell’autore, o del tal editore o del giornalista ozioso di turno, perché in ognuna di queste esternazioni manca l’ossatura stessa della cultura, ciò che anche nella denuncia di pancia la rende diversa da un mero pettegolezzo da portinaie: l’onestà.

Mancano  i nomi di chi compra i premi letterari,  le raccomandazioni e i ricatti di chi – e a favore di chi – usa il suo nome per crearsi una vera e propria banda della finzione umana; mancano i nomi di chi spaccia per suoi  libri che si fa scrivere da altri, e che sanno più o meno tutti gli addetti ai lavori, librai compresi, salvo poi andare in brodo di giuggiole se il loro nome appare per qualche minuto accanto al ‘genio’ di turno, pur sapendo che millanta. Manca il coraggio, anzi peggio: la volontà di scrivere e dire ‘attenzione: quel tal libro è una porcheria!’ quando è proposto con prepotenza come opera imperdibile.

Ecco, un gran millantare: è questa la cultura oggi in Italia. Quando invece dovrebbe essere il contraltare più elevato a mala-politica e decadenza morale, a svilimenti del buon senso a favore della propensione al mercanteggiamento della coscienza, e invece eccola lì: si sbraga come una bagascia da caserma, che ti dà una toccatina nell’orgoglio del basso ventre autoriale, in cambio di due foto sui social e quattro copie vendute in più (con cui, per inciso, non campa praticamente nessuno salvo rari casi).

Ci vuole coraggio, ci vuole da tanti, ma per l’amor di Dio:  qualcuno dica le cose come stanno. Altrimenti,  a questo punto, diventerà più edificante e meno ipocrita far due chiacchiere al supermercato con la domestica del vicino che credere in ciò che si legge, perché i primi che non ci credono più sono proprio gli addetti ai lavori. Vien quasi da dirsi perciò che la cultura si sta prendendo per il culo da sola. Ma purtroppo così facendo prende in giro anche noi, e  questo a me fa paura.

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