Il consiglio di Oreste

Se la povertà ha questo odore, anche la carità deve puzzare. Per forza.
Fu questa la prima cosa che pensai quell’umida mattina di dicembre, appena giunto all’indirizzo datomi. La porta del centro di ascolto diocesano dava su una piazzetta, spoglia e trascurata, senza insegne luminose per i negozi né addobbi alle finestre delle abitazioni. Era nascosta nei budelli più angusti, appena dietro il centro storico di Bologna. E strideva, quella sua nudità, con il fascino dei mattoni rossi che tappezzavano ogni lato della mia visuale e le luminarie di Via Indipendenza che celebravano il passaggio vivace dei mattinieri. Mancavano gli aromi dei caffè nei bar, che pure mi avevano accompagnato fino a pochi minuti prima, quando non avevo ancora imboccato l’invisibile vicolo che sfociava poi in quel minuscolo deserto, arredato solo di qualche cassonetto della spazzatura.
Avevo un appuntamento con Don Franco, il prelato che sovrintendeva il centro della Caritas. Mi aveva concesso un’intervista per il magazine online locale. In realtà, avrei dovuto essere lì un’ora più tardi, per non aspettare, ma avevo voluto seguire un’intuizione. Quell’intuizione si chiamava Oreste.
Era un buon diavolo che stazionava di frequente nel baretto vicino a casa mia, quello sul viale dopo lo stadio tanto per intenderci, dove molti passano ma pochi si fermano. Lo si poteva incontrare spesso dopo le quattro del pomeriggio, un piccolo calice di rosso che stazionava fisso sul tavolino dove era uso sedersi (i clienti abituali infatti lo chiamavano ‘il tavolino di Oreste’) e l’immutabile broncio  seccato di chi sembra che stia aspettando qualcuno che non arriva mai. In genere parlava solo se qualcuno gli chiedeva un parere, tipo un commento sull’ultimo rigore non dato al Bologna, con frasi del tipo: “Ma queste partite non si possono perdere, non è vero Oreste?”. La sua risposta era quasi invariabile, un grugnito, se di assenso o disapprovazione non era facile capirlo, ma a tutti andava bene così.
Io non lo conoscevo molto, ero in quella zona solo da tre mesi, ma tanto mi era bastato per farmi l’idea che, per non so quale oscura ragione, la sua opinione valesse qualcosa.
Fu proprio quello, la sera prima, a sorprendermi. Passai dal bar per un caffè veloce, le solite due battute con Riccardo mentre versava la correzione nella tazzina cosa fai in questi giorni, stai ancora lavorando, cosa scriverai di bello questa settimana, e via dicendo. Ebbi il riflesso quasi incoscio di rispondere solo a quest’ultima domanda,  e fu così che mi sentii dire “Devo scrivere un articolo sulla povertà a Bologna, vado domani alla Caritas a intervistare il responsabile”. Non feci quasi caso alla sua risposta, più o meno come sempre in quei frangenti, e stavo già per abbandonare la tazzina vuota sul bancone e sollevare la mano per salutare e andarmene, quando sentii il grugnito roco e profondo di Oreste che, non so ancora come lo  notai, sembrava rivolgersi a me. Ne ebbi la conferma quando mi voltai per un attimo verso il suo sguardo liquido, vedendo che lui mi ricambiava con cipiglio e un’insolita, vivida luce negli occhi, che invece erano di solito sfuggenti o indifferenti.
“Devi andare lì presto” mi disse lui.oreste
“Prego?”
“Se devi scrivere sui poveri, allora devi andare lì prima che aprano il centro.”
Non mi lasciò il tempo di replicare, che se ne uscì fuori cavando il pacchetto di MS dalle tasche. Non risposi, non chiesi nulla, ma andandomene tenni a mente quelle parole. E quel mattino di dicembre, appena due giorni prima di San Silvestro, mi lasciai trascinare da quell’imperativo.
C’era più o meno una decina di persone ad attendere fuori dalla porta del centro; l’odore era forte, di abiti sporchi ed esalazioni di vino stantio, per terra cicche di sigarette gettate via, le facce dure e a tratti cattive, di belve pronte a saltare alla gola della prima preda incontrata.
“Io sono il numero tre” chiarì un uomo appena arrivato. Dimostrava più di sessant’anni e si curava di tenere l’aria da duro e l’atteggiamento di chi la sa lunga. Che poi, riflettei io, tanto lunga non doveva saperla, se gli occorreva il centro per sopravvivere. Non dissi nulla, però.
“Tu” replicò duro un giovane di fianco a me “sei appena arrivato, come fai a essere il numero tre? Sei dopo di me!”
“Ma io devo vedere l’Annalisa!” protestò accigliato l’altro.
“Io invece devo fare in fretta perché devo andare via. Ho un appuntamento. Ed è bene che mi diano qualcosa, io ho bisogno davvero!”
“Guarda che non hai mica bisogno solo tu” gli disse asciutto un trentenne dall’accento siciliano e la barba lunga, seduto per terra di fianco alla porta, maleodorante e dallo sguardo duro.
“Eh, ma è Natale ed è in arrivo Capodanno…insomma i fondi adesso ce li devono avere, qualcosa mi devono dare per forza”.
“Oh, ma dobbiamo stare qui a sentire tutti le tue lagne? Come se ci fossi solo tu ad avere bisogno…Qui c’è gente che ha dormito fuori e che è stanca, falla finita!”
“Sì, però…”
“Però una minchia, falla finita!” lo zittì il clochard.
L’altro si risentì visibilmente, ma non proseguì: per qualche motivo, il siciliano trasandato (evidente che era un senzatetto) godeva di una certa autorità in quel crocchio, dovuta forse alla sua condizione estrema. Anche gli altri parlavano tra loro con vivacità: tre donne mal vestite, che però cercavano di tenersi curate lo stesso a modo loro, elargivano battute allusive agli altri uomini che, intanto, a turno si portavano al loro cospetto ammiccanti,  in modo neppure troppo velato. Si rafforzò in me l’idea che si conoscessero tutti e mi apparve evidente che fossero frequentatori abituali dell’assistenza.
L’atmosfera era tesa però, lo si percepiva a pelle. Tra battute e risate, ci sarebbe voluto poco per far scoccare una scintilla tra chiunque di loro: in fin dei conti, erano lì per ottenere qualcosa che gli serviva per sopravvivere e si capiva subito come fossero pronti a non farsela portare via da nessuno, a qualunque costo. Non c’era amicizia lì, nè tenerezza. anzi vi aleggiava lo spirito di sopravvivenza più puro e primitivo. Era chiaro che in quel momento se ne stavano tutti lì, ad aspettare un colloquio per ottenere qualcosa, ma si davano un tono per necessità Eppure, una volta lontani dallo sguardo di chi poteva aiutarli, non avrebbero esitato ad aggredirsi magari,  chi lo sa, per due spiccioli o un cartone di vino, o qualsiasi altra cosa. Quando non si ha niente, il poco diventa tutto e, per quel tutto, ognuno sa trasformarsi in una belva.
Com’erano diversi, questi poveri, dall’immaginario comune, specie sotto le feste natalizie. Ci si figura il povero come remissivo, triste e malinconico, una vittima incapace di difendersi. Beh, a vederli, non apparivano così. La povertà estrema genera cattiveria perché in condizioni limite solo i più forti sopravvivono, e con la cattiveria ci si difende. Fu questo che mi venne da pensare.
“E tu, con chi devi parlare?” mi chiese quello vicino a me.
“Io? Non lo so, è la prima volta che vengo qui” gli dissi, quasi mentendo. Non volevo infatti dirgli davanti a tutti il reale motivo della mia presenza perché, più o meno di sottecchi, mi scrutavano fin dal mio arrivo, sospettosi e diffidenti come gatti selvatici, e mi facevano sentire a disagio. “Anzi, se mi dici come funziona, mi fai un favore” continuai. “Non ho proprio idea di cosa devo fare quando entro”.
“Niente, gli dai il documento e ti fai registrare, poi loro ti danno il numero e ti chiamano” rispose in breve.
“Sì” intervenne una donna poco distante, che aveva ascoltato con attenzione. “Poi però, bisogna vedere cosa hanno voglia di fare” sentenziò dura rivolta a noi.
“Ha ragione” interloquì un’altra accanto a me. “Aiutano solo chi vogliono loro”.
“Beh, ma allora che ci vengono a fare qui? Io ho bisogno davvero, se non sono capaci di fare il loro lavoro, che se ne stiano a casa” riprese a lamentarsi il mio vicino.
“Sì, ma purtroppo è così, lo sai benissimo. Chi vogliono loro, lo aiutano. Agli altri invece, vaffanculo!” concluse la donna.
Mi guardai le scarpe, mi accorsi che a una si stava scollando la suola: doveva essere stato poco prima, quando avevo inciampato in un’irregolarità del marciapiede, per la fretta di salire sul taxi. D’istinto guardai anche le loro scarpe: nessuno le aveva rotte, qualcuno solo un po’ più rovinate, altri addirittura nuove. Si notava però che tutte erano di basso costo e forse facevano parte di qualche aiuto dato dal centro, o da chi per esso. Io intanto mi chiedevo cosa avrei chiesto al prelato che dirigeva il centro. Mi sarebbe piaciuto domandargli di quella loro reputazione, di chi appunto non distribuiva gli aiuti in modo equanime, e conoscere, nel caso, la sua spiegazione su queste voci diffuse.
Intanto la porta si aprì, e di colpo le facce mutarono. Non rideva più nessuno, si sgomitavano tutti rivendicando il diritto a passare prima di altri e nessuno, lo avrei giurato, era più amico di nessuno. Io mi accodai senza pensarci, attesi il mio turno in fila nel piccolo disimpegno che dava sul vasto interno. Si accedeva in un’anticamera con una scrivania, alla quale due ragazze stavano sedute prendendo nota del nome e assegnando un numero. Di colore diverso, mi fu spiegato, a seconda dell’assistente sociale che l’avrebbe ricevuto. A mia volta, mi fu consegnato un talloncino plastificato e colorato, con il numero uno.
Da lì, venimmo dirottati in una sala d’attesa dove ognuno prese posto, concentrandosi sul proprio caso, a eccezione di chi, stanco, approfittava per assopirsi finalmente al caldo. Mentre qualcuno accennava al fatto che entro poco sarebbe stato distribuito il té, una brunetta si affacciò alla sala e chiamò il mio numero. La seguii, senza sapere di preciso cosa stavo facendo, ma decidendo su due piedi di fingere di aver bisogno di una mano, tanto per constatare di persona cosa mi avrebbero offerto.
Mi fece accomodare di fronte a lei, davanti a una piccola scrivania senza neppure un pc, né fogli di carta. Si sistemò sulla sedia e mi piantò addosso uno sguardo addolorato, mentre mi chiedeva quali fossero i miei problemi, con un tono accorato che mi infastidì non poco, perché al contempo riusciva quasi comico tanto era caricaturale. Mi inventai lì per lì’ di avere sì un lavoro, ma non retribuito da mesi e di non avere più da mangiare né da vestire, avendo cura di mettere in vista la scarpa rotta. La ragazza dimostrò subito di aver capito poco della mia vicenda, tanto che fui costretto a ripeterla, pur con scarsi risultati, e iniziai a sentirmi sinceramente irritato mentre gliela ripetevo per l’ultima volta. Non fece domande specifiche, non mi chiese cosa volessi, né si curò di capire in che modo avrei voluto, che so, risolvere la situazione. Si limitò a guardarmi con sguardo compassionevole e a darmi il numero degli assistenti sociali del comune, mentre mi ricordava che tutto quello che loro potevano fare era ospitarmi alla mensa, o cercare di trovarmi un sacco a pelo, nel caso i dormitori risultassero pieni. Il che accadeva con puntualità.
Me ne uscii da lì, con quel biglietto in mano, e provai a chiamare il numero a cui non rispose nessuno. Già, si era sotto le feste. Mi dissi che me ne uscivo da lì senza niente in più di quanto avessi prima, solo con qualche speranza in meno, se avessi avuto davvero bisogno urgente di cibo o altro. Camminai verso la fermata del bus più vicina, mentre di fianco a me sfrecciava gente con pacchi in mano per il cenone, o qualche regalo tardivo. Avrei potuto almeno telefonare al direttore del centro, invece mi tornavano in mente le parole di Oreste. Eh, sì! Aveva avuto ragione a suggerirmi di andare là presto, se volevo capire davvero come funzionavano le cose. Lontano dai toni caritatevoli di chi ci lavorava e dai dati ufficiali del loro operato, che in realtà non fotografavano affatto la situazione e neppure spiegavano che odore avesse un povero, non raccontavano cosa significasse per quelle persone dover spesso rovistare nei cassonetti, né la rabbia e la frustrazione di cui sono costrette a nutrirsi per non soccombere.
Fu in quel momento, guardando le mie scarpe rotte, che riflettei davvero sul fatto che, se avessi avuto solo quelle, avrei patito il freddo. Nessuno però le aveva guardate. Pensai anche che,  invece di cibo, mi avevano dato un numero di telefono, senza neppure chiedermi se avevo un telefono, o meglio il credito per chiamare. Senza contare l’umiliazione di quello sguardo troppo compassionevole e di quei toni, troppo pietistici per essere davvero di conforto.
Già, fu in quel momento che lo pensai: anche la carità, a volte, puzza.

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