Arte e povertà: la vera sfida è quella alla vergogna.

Piace pensare che gli artisti siano ‘ricchi dentro’, e che i discorsi materiali interessino loro poco, o fino a un certo punto. E probabilmente, a volte è anche così. Ci sono però inganni che si consumano sotto i nostri occhi, quotidianamente: sono i nostri.

poor_artist_by_yondamoegi-d3csrr8Sono le nostre belle foto su Facebook all’ultima presentazione di Tizio, tutti sorridenti e spensierati; i nostri sdilinquimenti reciproci sotto il post promo di Caio; i mille ringraziamenti (Dio me ne scampi e liberi!) per ogni sputo che ha la pretesa di assomigliare a qualcosa di ‘culturale’. (Per questo motivo, tanto per precisare, gli autori e le autrici che abbiamo presentato a Bologna quest’anno, erano per lo più persone con le quali intercorreva già un rapporto di stima professionale e umana, onde evitare attacchi emetici).

Ma dicevo, non funziona così la vita dell’artista, che non può prescindere dall’essere uomo (in senso generico, vale anche per la donna) e quindi, vero e onesto. L’onestà e la credibilità sono punti di forza dell’espressione artistica, e assisto in silenzio, ogni giorno, alla loro mera riduzione a semplice punto di vista, opinione. Beh, vi confido una cosa: è una grandissima cazzata. L’onestà non è un’opinione, o c’è o non c’è. E sono solo i dati di fatto a dimostrarla o meno, posto che a qualcuno importi dimostrarla.

L’artista povero, dal canto suo, ha una marcia in più per essere credibile: la libertà. Avere una posizione, tante volte significa dover fare molte cose per mantenerla, chi non ha niente da perdere può invece permettersi di fregarsene e dire la sua con sincerità, soprattutto perché spesso e volentieri, sa che più o meno tutti se ne sbattono dell’opinione di un poveraccio. Ma la povertà è davvero libertà, almeno in arte?

Non lo so, ma so senz’altro ciò che  non deve essere: vergogna. Non è una vergogna essere poveri, o dei signori ‘nessuno’, non quando si è fatto il possibile per non esserlo. E capisco che può esser difficile tenere alta la testa in un ambiente che è sempre più immagine e comunicazione che sostanza, quando ad esempio non puoi restare a cena fuori, come se niente fosse, una sera sì e una no, con autori, editori, giornalisti o chi per essi, a far quelle che in  definitiva non sono altro che ‘marchette’, il più delle volte… Non si sa come succeda, ma pare disdicevole parlare di quattrini quando ci sono di mezzo i libri. Come se il semplice averli scritti, e magari anche venduti, doni una sorta di rendita immaginaria di non ben definita natura, che ti consentirà di essere felice pur senza un pacco di pasta nella dispensa. Ma, ancor più sconcertante, è che confessare di avere problemi in tal senso, appaia ai più una cosa vergognosa.fiamma  dipinta

Non è una vergogna ad esempio, lavorare tanto senza ottenere ritorni, può anche valerne la pena, anche se nella maggioranza dei casi, svalutare il proprio lavoro regalandolo a destra e a manca, rende anchesì meno credibili, cosa che a livello umano non trova una logica, ma tant’è.

(Se devo però permettermi un’isolata considerazione: ricordo che in vita mia ho sempre preferito prima di tutto lavorare, e dimostrare di cosa fossi capace, prima di definire il discorso ‘soldi’, e devo dire che ha sempre funzionato, perché a quel punto era chiaro sia a me che al datore di lavoro quali erano i costi e i benefici. In letteratura non funziona così, a quanto pare, vorrebbero tutti vantaggi gratuitamente, perché si sa: siamo ‘ricchi dentro’; e poi, una volta ottenuto quel poco o tanto che sia, tanti saluti e  grazie).

Considerazioni a parte, quello che non credo possibile è infine un’arte vera e piena che sia intrisa di vergogna: la vergogna svuota un libro, un brano musicale, o un dipinto di quanto di vero e libero ci può essere nell’artista, perché la vergogna non è libertà, ma incatenamento ai sensi di colpa, alle frustrazioni. Non è dunque necessariamente vero che l’artista povero è più ‘onesto’ degli altri più fortunati, almeno non secondo me. L’unico artista onesto, è colui che non prova vergogna, né ha motivo per averne. Come fare per scrollarsi di dosso la vergogna, sarà poi soggettivo forse, ma iniziare a non aver paura di dire ciò che si pensa davvero, a rifiutarsi di stringere mani che non ti verranno mai tese, a non fingere più che ti piaccia tutto degli altri, a prendere le distanze da certe maschere, beh, è già un buon punto di partenza. Si rimarrà lo stesso poveri, ma almeno forse liberi e, a questo punto forse, artisti più veri. Per mangiare ci si organizzerà in un altro modo, nella vita esistono molte cose più importanti dei libri, e la prima siamo noi.

 

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