Senza radici

C’è il momento in cui ti svegli all’improvviso e ti rendi conto che tu, di radici, non ne hai.

Ti capita camminando per certi viali, quelli veri, dove le donne non hanno paura di farsi vedere in tuta a fare la spesa, come neanche gli uomini al solito bar per l’aperitivo, ancora sporchi di lavoro, parlando in un dialetto  che oggi conosci; ma pensi per la prima volta che non era quello che sentivi parlare in casa da bambino.

Oppure ancora, nel negozio sotto casa, quando respiri odori che magari già conosci da un pezzo ma, strano a dirsi, questa volta ti penetrano con un’invadenza meno familiare, che a te sembra scortese, e ti meravigli e ti chiedi il perché. Ti può capitare ovunque, la consapevolezza certe volte non ha preferenze, e non ti fa pensare prima di colpirti. Però adesso,  e solo adesso, dopo tanti anni di città vissute, amate, spesso anche sofferte e maledette, ti svegli di soprassalto con gli occhi spalancati su un universo che, cazzo, rispetto a prima, e a sempre prima di ora, ti sembra alieno. Anzi lo è di sicuro. Ti dici, spaventato, che in realtà lo è sempre stato, e tu non te ne sei mai accorto e, questo è terribile.depositphotos_57148563-Man-smoking-a-cigarette

Naturalmente sai già che non è cambiato nulla. Com’è che diceva Goethe? Una cosa del tipo che, non è necessario fare il giro del mondo per capire che il cielo è azzurro dappertutto… Beh, erano balle, caro lui. E’ diverso eccome. O per lo meno è diverso stamattina, perché l’alba schiarisce l’orizzonte irto di tetti, con sfumature di gialli e arancioni più vividi, o più pallidi, di quello che, d’improvviso, la tua retina ricorda. E anche il rumore, quel rumore di  traffico  per le vie principali, come il silenzio innaturale di certe strade nascoste ai più, ti rendo conto di non averlo mai udito prima da nessuna parte. Esci a fumare sul balconcino del tuo appartamento, giù in strada e fin dove arriva il tuo sguardo non c’è un’anima, ti raschi la gola dal fumo e ti accorgi che se ne sente l’eco. Ti trattieni dal farlo ancora, perché chissà come mai, ora fa più rumore del solito, e ti pervade l’immotivata convinzione che qualcuno, da un momento all’altro si prenderà la briga di farti notare che stai dando fastidio. Sì, a dar fastidio in casa d’altri: è così che ti percepisci.

Getti la sigaretta e rientri, ti convinci subito che hai qualcosa su cui devi riflettere. Non cerchi un motivo, non ti aspetti una risposta. Vuoi solo provare a te stesso, in che modo non t’importa, che in ogni caso tutto questo sentirsi estraneo dove non ti aspettavi di esserlo, non è un problema.

Lucia ci ha provato,  a farmi sentire a casa. Altro che, se ci ha provato. Prima con sorrisi inequivocabili, già al nostro primo incontro. Eravamo in compagnia, io con i ragazzi che frequentano il bar dei cinesi per l’aperitivo, lei con quelli che si stavano fumando la sigaretta del dopo cena, fuori dal vicino ristorante greco. Sì, un aperitivo un po’ tardivo, il nostro… Ma il perché è meglio che lo tenga per me.

Ad ogni modo, non c’era niente in comune tra noi e loro, se non lo spiazzo su cui si aprivano gli ingressi dei due locali. Odori diversi, vestiti diversi, argomenti diversi. E portafogli pure, credo, diversi. Ma la sigaretta, certe volte, è amica di tutti nello stesso modo: tutti aspiriamo lo stesso fumo, con uguale ingordigia, dalle nostre labbra come dalle nostre vite.

E’ stato un attimo capirsi, piacersi, volersi. Più lungo provare ad aversi. Ma forse non ci siamo mai avuti, non come volevamo, se davvero lo abbiamo mai voluto. Abbiamo pensato di sì, quando lei ha camminato con me per le vie del centro spiegandomi cosa avevo intorno; quando assaggiavo curioso e divertito l’ennesimo piatto tipico, nelle nostre cenette in ristorantini nascosti; anche quando, infine, le cucinavo io piatti delle mie parti, nell’intimità tutta inventata del mio modesto appartamento.

Sì, ci ha provato, Lucia. L’ha fatto raccontandomi le storie, mai scritte ma risapute, che si raccontavano sui grandi artisti della sua città, parlandomi nel suo dialetto, dicendomi le parolacce quando era incazzata. Ma il punto è che non me ne frega più un cazzo, di sentirmi a casa qui. Cosa vuol dire sentirsi a casa, poi, è ben difficile da spiegare… Forse ti senti a casa quando puoi permetterti di telefonare, dopo anni, al tuo migliore amico di scuola e uscirci a bere un aperitivo nel giro di un’ora, parlando di te come se lo frequentassi ancora ogni mattina, e sapendo che non si scandalizzerà affatto per le tue stranezze, perché per lui ormai sono e saranno sempre una cosa normale. Forse invece, chiami casa quel posto dove non devi spiegare, né dimostrare niente a  nessuno, perché la tua vita già è lanciata su binari sicuri e sai bene dove ti stanno portando.

Stanotte Lucia non c’è, e non ci sarà neanche domani, né mai più. Qui ci sono solo io, con la mia vita da poveraccio, in cui ho bandito da tempo i rammarichi, quelli con i ‘se’ e i ‘ma’. Che tanto, a più di quarant’anni, la storia che ‘riflettere sugli errori passati per non commetterli più’, beh, è un’altra grandissima stronzata: ma a chi la vogliamo raccontare?

A questo mondo, sopravvivi se ai tuoi errori sai porre rimedio, che tanto di perfetto pare ne sia esistito uno solo. E non è finito neanche tanto bene, tra l’altro…  poveraccio. Perciò non mi rimane molto altro da fare: tiro giù dall’armadio la mia valigia più grande e mi risolvo a riempirla. Mi fermo però quasi subito, resto immobile mentre lo sguardo gira per tutta la stanza. E’ in cerca delle cose più importanti, quelle da cui non vorresti mai separarti, quelle che hanno segnato certi giorni (o certe notti, ancora meglio). Mi accorgo, guardandomi alle spalle nel tempo, che ogni volta che cambio città sono sempre meno i ricordi da portare con me, meno anche le valigie. E’ curioso, se si pensa che in teoria dovrebbe essere il contrario, dato che ogni anno dovrebbero essere di più, a rigor di logica. E  invece questa discrepanza, tra la progressività della matematica e le dissonanti logiche odierne, mi colpisce come un pugno sul  muso: che mi sta succedendo, mi domando? Mi sto dissolvendo? Dio mio, cosa rimarrà di me andando avanti di questo passo? Niente, un fottuto nulla di niente.

E allora scappo sconvolto e incredulo, fuggo di nuovo sul balconcino a incendiare un’altra sigaretta e un altro tentativo di viaggio. Penso anche che, non partire il più presto possibile, potrebbe essere un errore. Ma a questo punto, inizio a sospettare che sia proprio dove hai commesso più errori, il posto che potrai chiamare casa.

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