La fatica di dire addio


uomo che salutaA Pietro, un addio non era mai sembrato tanto faticoso come quello. Pareva non dovesse mai dirlo al fiume che lo salutava dalla finestra ogni mattina e alle montagne che si alzavano a volte benevole, a volte lugubri e minacciose sulla sua testa, nelle notti delle bufere liguri più buie e lampeggianti.

Gettò il mozzicone dalla finestra, con indisciplinata incuria e gesto di sfida verso le regole del centro riabilitativo, per le quali sporcare per terra equivaleva a un reato da ergastolo. Mai che lo avessero aiutato a smettere di fumare quando li aveva pregati di farlo, quegli ipocriti: solo buoni a stigmatizzare erano, ecco cosa.

Si voltò di nuovo, con un sospiro, verso l’interno della sua stanza invasa dagli scatoloni, tirò un respiro profondo e diede un’occhiata panoramica per cercare di capire se si fosse dimenticato di inscatolare qualcosa. Ma niente, non gli veniva in mente niente: di sicuro se ne sarebbe accorto soltanto dopo aver portato via qualcosa da lì, vedendo cosa mancava all’appello, o addirittura durante il viaggio in direzione della sua nuova casa. Perché mai, si chiese, era così difficile dare l’addio a un brutto passato? E che fosse difficile, questa volta, se ne accorgeva anche da quelle piccole cose. In altri tempi, in condizioni di sicuro più felici, non aveva avuto la minima esitazione a fare e disfare bagagli, per andare dove lo portavano il cuore e la voglia di avventura. Ora che se ne stava andando da quell’inferno legalizzato chiamato con coraggio comunità terapeutica, in cui sentiva di aver sputato sangue per mantenere un minimo di dignità e autonomia e non farsi fagocitare dal sistema, capiva che gli mancava qualcosa per tagliare idealmente i ponti con il passato recente e aprirsi così anche mentalmente a una nuova vita. Rovistò ancora qualche minuto tra gli oggetti scartati, fingendo di non pensarci.

Eppure aveva salutato tutti, dal primo all’ultimo: i compagni, gli amici del bar, i negozianti e chi lo vedeva ogni giorno sul pullman che lo portava avanti e indietro dal paese. E allora, cosa gli mancava? Aveva anche sistemato pratiche burocratiche che mai avrebbe pensato di potere e dovere archiviare così in fretta: il passaggio del medico di base, le fatturazioni della banca, la modifica dell’indirizzo via Internet, e via così.

Bussarono alla porta della stanza.

<< Chi è? Avanti!>> si sentì dire, ancora assorto nei suoi perché.

<< Si può? >> chiese con delicatezza una voce maschile, quella del signor Santoro.

Era un suo compagno di sventura, lì dentro, e aveva un’età indefinibile tra i cinquanta e i settant’anni, ma la mente vispa e la lingua corta. Non parlava quasi mai, se non per rompere il silenzio nei momenti più tediosi, sbigottendo sempre tutti prorompendo in un improvviso quanto esilarante ‘che palle!’, sonoro e irresistibile, perché si capiva che sgorgava dal cuore.

<< Oh, vieni Santoro, vieni pure >> lo invitò a entrare lui.

<< Sei pronto? >>

<< Mah, sì, dovrei. Credo di aver preso tutto, ma lo scoprirò solo alla fine. Piuttosto, tu avevi bisogno di qualcosa? >>

<< No, volevo salutarti e dirti che il tuo amico in macchina è arrivato. Sta giù di sotto che ti aspetta >>.

<< Oh, bene! >> esclamò Pietro. << Gli puoi dire che sto arrivando? Vado a recuperare qualcuno che mi dia una mano con gli scatoloni >>.

<< Certo>> però sostando ancora sulla soglia. Si guardarono interrogativi, poi il signor Santoro aprì di nuovo bocca, ma non per dire il suo solito ‘che palle’. << Mi mancherai >> disse invece, sorridendo benevolo ma con una punta di tristezza negli occhi.

Continuarono a guardarsi indecisi, finché Pietro gli sorrise commosso e gli si fece vicino, posandogli una mano sulla spalla. Non era abituato ai convenevoli e a certe manifestazioni d’affetto, non più, il suo passato non le prevedeva.

Santoro ricambiò il gesto, indugiò per un attimo stringendo il sorriso e se ne andò, in silenzio come era arrivato.

Pietro non ebbe il tempo di commuoversi, l’amico già era per le scale e lo chiamava a gran voce. Il lavoro di carico dei bagagli era ancora tutto da fare e la partenza incombeva. Già, la partenza…

Una pioggerellina sottile prese a bagnare i suoi pensieri, inscatolati come il resto delle sue cose, li rinfrescò appena, quel tanto che bastava perché provassero un piacevole brivido di umanità. Se partire era un po’ anche morire, in quegli istanti si sentì invece rinascere: un ‘mi mancherai’ inaspettato poteva sortire l’effetto di un sisma nel cuore e nello stomaco, ma più probabilmente quello che provava ora era la netta sensazione che anche Santoro, Giuseppe, Romina e tutti gli altri gli sarebbero mancati. Non per noia, non per paura, ma per un vago languore che gli diceva che non avrebbero dovuto restare lì senza di lui. Stupido pensiero, si disse, ma almeno non aveva buttato del tutto via, non come uomo se non altro, quegli anni lì dentro perché l’umanità si era salvata, nonostante tutto.

Mentre portava gli scatoloni giù dalle scale, una lacrima prese a inumidirgli gli occhi e ora, si diceva, ora sì che la partenza forse aveva un senso.

 

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