TORNATO AL MONDO


san luca

Sarebbe dunque finita anche quella fase.

Bologna avrebbe smesso di essere solo un susseguirsi di bei portici visti scorrere dal finestrino di un taxi, il colore esotico di negozietti di alimentari pakistani, o di vivaci viali notturni che facevano da contraltare al sonnacchioso via vai delle giornate estive. Presto invece, avrebbe preso il profumo  della moka sul fuoco alle sei del mattino e delle grigie mattinate di uggia padana in autunno, e il colore affollato dello stesso autobus preso per andare in ufficio tutti i giorni.

Uno spiraglio di quotidianità si apriva sulla sua vita fin lì movimentata, fin troppo anche per lui, o forse troppo poco. E non gli importava di dover fare i conti con il grigiore della routine e della noia. Avrebbe fatto il possibile per esorcizzarla come meglio avrebbe potuto, ma non l’avrebbe certo abbandonata. Sì, perché aveva in sé un che di confortante, di protettivo che lo faceva sentire al sicuro dagli scossoni della vita e della storia, la sua in particolar modo.

All’epoca, tanti anni prima, la noia era stata un pericolo per lui e aveva rappresentato la sua rovina. Per sfuggirla aveva intrapreso le imprese più stupide, l’esserne schiavo gli aveva procurato solo il modo di avvicinare l’infelicità e la tristezza, e  più in fretta di altri. Ora invece l’accoglieva come fosse un benevolo dono, da scartare piano come un regalo di Natale atteso a lungo.

Tante, troppe cose aveva ancora da lasciarsi alle spalle.

Il chiuso di una cella, la promiscuità di un luogo affollato, la forzata abitudine di chiedere il permesso anche solo per lavarsi. Forse non sarebbe bastata una doccia per staccarseli dalla pelle ma in qualche modo sudare, in quelle afose notti estive di fine agosto, gli dava l’idea di espellere tossine che altrimenti avrebbero infestato il suo corpo per troppo tempo ancora, avvelenandogli il sangue.

Era libero, lo era davvero, adesso era lui a scegliere la sua schiavitù. Era così difficile farne a meno? Del lavoro, dei rapporti con i colleghi, della TV, o della partita della domenica: di qualcosa, a quanto pareva, bisognava essere schiavi. La noia era soltanto uno di quei mondi possibili, vivibile da panorami  umani differenti, a propria scelta. C’erano tanti modi di annoiarsi: facendo qualcosa, o non facendo nulla. Lui aveva scelto di fare perché di nulla ci era quasi morto, negli anni appena passati.

 Il nulla delle ore a guardare il soffitto sdraiato su un letto dal materasso sfondato, a contare le crepe nel muro e a immaginarsi figure laddove era scrostato, fantasticando che magari fossero simboli di un suo futuro. Giocava a leggerlo lì, nel muro, il suo futuro, per disperazione o per  passatempo, per quella noia obbligata che non lo portava a niente se non ad aspettare pazientemente che gli si imbiancassero i capelli e che si abbassasse la vista, come a tutti gli altri.

La noia di oggi era diversa, e quella sera era più diversa del solito, anche se la notte prometteva ore di veglia più lunghe di sempre. Aveva appena portato a casa un lavoro, aveva da poco trovato una casa, e stipulato un armistizio con la propria voglia di vivere. Pareva che solo così si potesse coesistere pacificamente con il resto del mondo. Ma temeva, anzi sapeva che quella storia della noia non avrebbe voluto durare a lungo. Doveva tenere a bada il proprio impulso di vivere pienamente tutto di colpo, per non morirci. Già, di troppa vita si poteva morire, lui lo sapeva. A pensarci bene però, era la morte più bella che si ricordava. Morire d’amore per il contatto con la pelle di una donna, morire di tenerezza all’idea di un figlio, morire di pace ogni volta che si rifugiava in un posto che poteva chiamare casa, morire di sé stesso quando proteggeva chi amava. Le persone che conosceva avevano un’idea ben strana della noia, non sapevano che poteva portare a questo e di continuo rimpiangevano gli entusiasmi giovanili, ciò che pensavano di aver perso, maledicendo il giorno in cui erano diventate grandi.

Sì, forse la noia l’avrebbe aiutato a non soffrire, almeno all’inizio,  ma rischiava poi di distruggerlo di vita. Dopo tanti anni a non potersi prendere alcuna responsabilità, alcuna decisione che lo riguardasse, lo aveva il coraggio di affrontare tutto questo? Sapeva ancora giocare alla vita, dopo tanto aspettare? La noia forse, e la conseguente schiavitù di qualcosa, non era forse la risposta per tutto.  Eppure, quella sera, gli era piaciuta.

Lì per lì, forse, non occorreva rispondere. Guardò con speranza la sagoma lontana di San Luca,  poi si fece un altro caffè, rollò un’altra sigaretta e si mise alla finestra ad aspettare che l’alba gli permettesse di cambiare idea su tutto.

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