IL SIGNOR DI STEFANO

di stefanoIl signor Di Stefano se ne stava seduto nella saletta d’attesa, appollaiato su una seggiola con le mani compostamente appoggiate sulle ginocchia unite. Era teso? Sì, un pochino. Quello era il suo primo colloquio di lavoro, non ancora fuori dal carcere, ed era già fondamentale.

Aveva da poco parlato con la sua assistente sociale, e lo psichiatra del carcere gli aveva fatto non sapeva più quanti colloqui, prima di dare il nullaosta: sembrava un’impresa quasi impossibile riuscire a scontare il resto della pena lavorando, e da casa, ma alla fine avevano deciso per il sì.

<< Deve abituarsi a stare fuori >> gli diceva l’assistente sociale. << Non corra troppo! Per ora va benissimo un part-time in una cooperativa, di più non vedo l’utilità >>.

La vedeva lui, l’utilità: voleva mettere da parte qualche spicciolo, gli serviva per potersi permettere uno straccio di stanza da qualche parte, una volta fuori definitivamente. L’alternativa era andare a vivere in una comunità, e a lui non garbava per niente l’idea. Che cosa poteva c’entrare lui con dei disabili mentali? Non la vedeva neanche tanto ‘sana’ come ipotesi, ma cercava di non pensarci. Ora era lì, a fare anticamera in un asettico ufficio di cooperativa, dove avrebbe cercato di strappare un incarico quanto più dignitoso possibile.

A un certo punto, una pallida e algida segretaria chiamò il suo nome, e un sudore improvviso gli pizzicò la pelle anche se era novembre.

Mentre la seguiva verso l’ufficio dell’addetto al personale, il carcere gli sembrava così lontano eppure vicino, con il suo odore di chiuso nonostante i finestroni aperti anche d’inverno. Faceva fatica, il signor Di Stefano, a percorrere quei pochi metri senza sbandare, con quelle sue gambe davvero troppo avvezze alle svolte obbligate che nella piccola casa circondariale era costretto a prendere: una svolta a destra prima delle scale, poi su a salire e ancora a destra, dopo a sinistra ma solo oltre la sezione per andare dal Direttore. Fuori da quel percorso obbligato, qualsiasi deviazione lo faceva caracollare per il disorientamento.

Lo accolse l’addetto e Di Stefano titubò finché non gli fu ordinato di sedersi, con un gesto sbrigativo e senza guardarlo in  faccia.

<< E così ce ne mandano un altro, eh? Bene, bene. Cos’ha combinato, lei? >>

<< Aggressione >> rispose Di Stefano.

<< Ah, di bene in meglio. E cosa sa fare? >>

<< So fare quel che c’è bisogno. A voi cosa serve? >>

<< Pulizie. Abbiamo un buco libero al Palazzetto dello sport, tre ore al giorno. Non è difficile, ce la può fare >> chiosò l’addetto con tono che suonava, chissà perché, sarcastico.

<< Io so anche cucinare. Prima ero cuoco e avevo un ristorante. Non c’è un posto di questo tipo? >>

L’addetto lo guardò.

<< L’abbiamo, ma l’assistente sociale ci ha dato istruzioni ben precise. Pulizie >>.

<<Qual è la paga? >>

<< Centotrenta euro al mese >>.

<< Ma come? La Regione ne paga quattrocento per me! Perché a me ne arrivano così pochi?>>

L’uomo non rispose fissandolo con occhi liquidi, Di Stefano alzò le sopracciglia.

<< Io guadagno di più in carcere, facendo lo spesino…>> riprese a protestare.

<< Allora, lavori in carcere >> tagliò corto l’impiegato. Si guardarono, lo guardò,  poi lentamente l’addetto si tolse gli occhiali e li depose senza premura sulla scrivania.

<< Senta, in tutta sincerità, sa da quanto tempo lavoro qui?  >> gli si rivolse poi con gentilezza,  tra lo stanco e il compassionevole. << Vent’anni. E sa quante ne vedo qui? Tante >> e fece una pausa. Poi riprese: << Ne arrivano molti come lei, oh se ne arrivano… Eppure, oggi lei è qui davanti a me e potrebbe avere un lavoro, quando molti che sono là fuori, ad aspettare di parlare con me, non l’avranno perché per loro gli assistenti sociali hanno deciso così. Ne va della sua libertà. Fa schifo tutto questo? Sì, fa schifo. Non ha idea di quanti anni sono che vorrei andarmene da qui, per non avere a che fare con storie come la sua. E, alla fine, sono ancora qui. Sa perché? >>

<< No >> squittì Di Stefano, travolto dall’improvvisa loquacità dell’impiegato.

<< Perché non ho avuto abbastanza coraggio. E adesso, che potrei dirle ‘Sì, venga pure a fare il cuoco per noi, ne abbiamo bisogno’, e sentirmi un uomo migliore per questo, non ho il coraggio di farlo, perché altrimenti senza lavoro e, di conseguenza, senza casa potrei restarci io. Perciò, caro il mio signore, veda un po’ lei se le conviene accettare l’impiego oppure no >>.

Il signor Di Stefano tacque, si alzò congedandosi e dicendo che si sarebbe preso tempo per pensare.

Tornò in carcere trascinando stanchi passi, firmò il rientro dal Brigadiere e, una volta nella sezione riservata a chi beneficiava dell’articolo 21, rientrò in cella. Pensò che aveva avuto un’idea fuori della norma ad andare da solo a quel colloquio, solitamente si veniva accompagnati. Aveva fatto male? Non sapeva, ma il contrasto con quell’assaggio di autonomia e l’impotenza provata nei confronti di un certo meccanismo che lo faceva sentire, e avrebbe continuato a farlo, sempre e comunque prigioniero lo opprimeva e desolava.

Mentre si preparava la pasta al sugo pensava se davvero valesse la pena tornare in libertà, alla sua età e dopo tanti anni, per farsi trattare come un reietto, lui che a breve sarebbe stato giuridicamente libero. Non c’era dignità che tenesse, il marchio era impresso e ogni giorno di lavoro in quella cooperativa gliel’avrebbe ricordato: un’occhiataccia di un collega, un rimprovero di troppo, un tono brusco nella voce di chi si sentiva superiore perché senza macchia.

Di Stefano pensò e ripensò, tutta la notte, rigirandosi nel letto con le parole dell’impiegato nelle orecchie, come se fosse ancora in quell’ufficio.

Lo ritrovarono il giorno dopo, impiccato alle sbarre con le lenzuola e con uno strano sorriso sulla faccia, il sorriso di un uomo libero.

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