Un commento che tutti vorrebbero avere: Cristina Raddavero su Angeli e Folli

Si entra in punta di piedi dentro Angeli e Folli come in punta di piedi, in una sera qualunque di un maggio odoroso di tiglio mixato di smog, Dax incrocia gli occhi di Domenico in un angolo “sardo” della Milano notturna stemperata tra una birra e un filu e ferru.

Non si dirà di più di questa storia che sa mantenere la tensione narrativa con singolare abilità da parte dell’autore, un cineasta che cura la propria creatura nei minimi dettagli porgendola al suo pubblico: Angeli e Folli  mentre si legge, si guarda, si partecipa, si saggia e ogni pagina è “tentativo”, possibilità di dire tra le righe, condizione, occorrenza.

Le stesse categorie del titolo si fanno garanti della vita che non si arresta in un punto e non stagna nell’attimo, ma di quei punti e di quegli attimi fa tesoro anche inconsapevolmente o in prospettiva, perché lezioni di esistenza troppo spesso serrata dentro etichette che non perdonano.

Nelle maglie della giustizia italiana, in destini tracciati nello spazio-tempo di un lampo, in volti carichi di un’umanità variegata, ma accomunata da vissuti analoghi, scorre un romanzo di strada che si fa strada di un romanzo a urlare tematiche forti nel più lieve dei silenzi, taciuti, voluti da parte dell’autore nella loro greve eloquenza.

Angeli e Folli è un figlio del dolore lontanissimo da qualsivoglia natura di pietismo, prossimo, invece, a quella forma e natura di umana solidarietà che solo un autentico amor vitae sa innescare nel groviglio di esistenze che si incontrano sullo sfondo inestimabile del valore dell’amicizia.

(Leggi anche Cristina Raddavero )

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