Il musicista

Il musicista era là. Fermo, inebetito, pietrificato di fronte al suo genio. Trepidava, ma impavido, di fronte alla potenza delle note che aveva messo giù quasi per gioco, quasi per caso e non si capacitava dell’effetto che queste suscitavano nella donna che gli stava di fianco: lei era estasiata, come in trance, rapita da una sorta di eccitazione prodotta dal ripetuto ascoltare quella melodia così dolce, eppur così crudele, così tante cose.

Si era messo a comporre un po’ per noia e un po’ per gioco, quasi a voler sedurre quella  occasionale compagna di una sera che, con la sua puzzetta sotto il naso, diceva male di ogni cosa; ma era così irresistibile, tanto elegante e bella da impazzire.

All’inizio era stata una sfida con la serata, poi con la donna, infine con sé stesso e, per quanto si fosse sforzato di non prendere sul serio quel gioco assurdo, la melodia cartacea che aveva di fronte si era materializzata a tal punto nella sua testa che aveva avuto la meglio su ogni ragionevolezza. Niente più freni nello scriverla, nessun pudore più nell’immaginarla, ancor meno vergogna nell’esporre la nudità oscena della frenesia musicale che l’aveva posseduto con foga.

<< Scrivimi una canzone >> gli aveva imposto lei. << Che sia la più bella canzone che tu abbia mai scritto, però. Altrimenti me ne andrò, non mi accontenterò di una canzone qualsiasi. E bada, conosco i tuoi pezzi e saprò giudicarti. >>

Il canto della sirena aveva fatto il suo gioco, lui non sapeva più nulla che non fosse quanto era desiderabile lei. Non conosceva più il proprio nome, non sapeva più di aver avuto padre e madre, poteva anche essere l’ultimo schifoso verme che lei avrebbe calpestato, ma  non gli  importava di altro se non di comporre il brano della vita. Macché della vita, dell’Universo intero.

E allora, dopo averlo immaginato, poi scritto e infine suonato con il suo pianoforte, aveva percepito un qualcosa che solo dall’Universo appunto poteva arrivare: quella cosa che tutti tanto vanamente inseguono e perseguono, qualcuno bestemmiando dicendo pure che non esisteva. L’Ispirazione…

L’Ispirazione si era impadronita di lui facendone il suo schiavo, aveva vomitato note e vibrazione che soltanto Dio avrebbe potuto cercare e sarebbe riuscito a suonare, ma aveva scelto lui per farlo. Come non sentirsi all’apogeo di tutto, soprattutto se la meta sarebbe stata la donna che in quel momento valeva la sua vita?

Invasato, sfrenato, spudorato… violentava ogni tasto, toccava e penetrava lo strumento con tutta la foga di cui era capace. E per di più lei era lì, incredula, sfidata e vinta.

Sarebbe stata sua, ma non si sarebbe trattato di quel ‘sua’ fine a sé stesso e banalmente carnale: sarebbe stato un possesso invadente e totale il suo, che non si sarebbe potuto sradicare mai da quel corpo perfetto come la perfezione stessa e da quel viso incantevole come l’incanto.

Ma intanto lei gli chiedeva ancora di suonare quel brano, e poi ancora e ancora un’altra volta lo voleva, e la musica viaggiava a velocità supersonica dentro la sua testa e scorreva come veleno nel sangue, intossicandolo di creazione divina. La sua creazione, la melodia perfetta, quella che un artista cerca per tutta la vita senza di solito trovarla mai.

No, non parole, non applausi cercava allora il musicista. Non blandizie e carezze vane e fatue, come fiammelle di ceri in chiese di argilla. Cos’era una donna, perché avrebbe dovuto aver lei quel capolavoro?

L’avrebbe cantato come suo, gli avrebbe tolto parte di quella paternità che gli spettava di diritto e che lo avrebbe condotto all’immortalità presso i posteri e, forse, presso il Cielo stesso.

Non aveva avuto più dubbi allora, la donna si sarebbe spacciata per fonte di tanta ispirazione? In quel momento  LUI era l’ispirazione, lui era il tutto e il niente che aveva generato il tutto poetico di quella melodia.

Si era alzato guardando il pianoforte, timoroso in cuor suo che al ritorno sullo sgabello non avrebbe suonato mai più come prima, per quanto egli avesse a memoria la partitura.

La prese per mano, lei ormai cedevole e maliziosa nella sua vanità, l’avvicinò a sé, la strinse per baciarla poi si ritrasse delicato, la tirò dolcemente per la mano verso il pianoforte e le disse, indicandole le corde:

<< Vedi laggiù? Ecco, lì si trova il segreto della mia musica >> le aveva detto.

<< Oh, e qual è? Non riesco a veder che corde… >> aveva cinguettato tremula lei.

<< Non si tratta di corde, ma di abissi. Abissi nei quali sta celata la musa di tutte le muse, l’ispirazione finale che ogni artista vuole, insegue e brama. Ma non la potrai vedere, credo, perché è dato a pochi di poterlo fare… >>.

<< Tu mi sottovaluti forse? >> aveva detto lei con un moto di ripicca.

<< Tutt’altro, ma è un abisso molto profondo.Come potresti volerlo conoscere? >>.

La donna aveva sorriso a metà, mentre si accingeva a sporgersi verso le corde per cogliere meglio il particolare che l’avrebbe condotta a conoscere lo strambo segreto del musicista, sfidandolo. Non si aspettava niente di speciale, ma sarebbe certo entrata ancor più nella sua testa cogliendone il misterioso sentimento che lo rendeva tale.

Si era piegata un po’, guardava meglio le corde e i martelletti, tutti alla stessa distanza l’uno dall’altro e ancora non aveva visto nulla che le aveva fatto capire qualcosa di utile. Si stava anche annoiando, in realtà.

Il musicista la guardava, scosse la testa e pensava che era davvero stupida a credere di andarsene così, con un pezzo della sua arte, ancorché nel cuore più ancora che nella mente.

Mosse un tetro sogghigno, sollevò lo sgabello e glielo fracassò in testa spaccandole il cranio. La sollevò dal pianoforte e la gettò di lato, si rimise davanti alla tastiera e così, in piedi e ad occhi chiusi,riprese a suonare beato.

Ora sì, sentiva che nessuno avrebbe potuto derubarlo dell’eternità.

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