L’ultimo caffé clandestino

una-tazza-di-caffe-163402Cris si era svegliato presto quella mattina. Si sentiva gli occhi pesanti dai due giorni di sonno indotto dai medicinali e dalla spossatezza, indugiava ancora nel letto guardando incredulo fuori dalla finestra della propria stanza un’alba che ancora stentava a farsi avanti. Qualche timido passo rendeva il suo eco attraverso il corridoio del vecchio edificio, probabilmente era uno degli operatori in turno che compiva il suo giro di controllo prima di staccare, lo facevano sempre a quell’ora. Si affacciavano alla porta della stanza per controllare che tutti dormissero, non vedevano di buon grado e, talvolta, non accettavano proprio che i pazienti non dormissero quando era loro deputato di farlo: chissà poi a loro cosa doveva importare, se il suo sonno fosse sereno oppure no, sarebbe stata solo un’occasione per impostare un inutile rimbrotto, dato che i tanti casi di insonnia che si verificavano ogni notte venivano liquidati con un “e io cosa ci devo fare? Non sveglio di certo l’infermiere a quest’ora, sta riposando!”. Non che sarebbe cambiato qualcosa, ma vabbé.

Quell’alba non aveva niente di diverso dalle altre albe che aveva visto negli ultimi quattro anni in quella comunità terapeutica, se poi tanto terapeutica si sarebbe potuta chiamare, pensò Cris. Cosa potevano curare non l’aveva ancora capito: le persone che vi erano ospitate da anni, infatti, non gli pareva avessero tratto alcun giovamento da quella ‘cura’ come veniva chiamata. Semplicemente sostavano lì, aspettando un domani che non avevano ancora in mente, sperando sempre meno e avendo ancora meno voglia di farlo. Abitudini e regole ormai fossilizzate nelle vite di ragazzi che non avevano avuto molta gioventù prima di capitare lì dentro, o di cinquantenni che avevano ormai poca voglia di rimettersi in gioco, se non per preparare un caffè fuori dagli orari consentiti e racimolare qualche sigaretta in giro ogni tanto, salvo poi fumarsi i mozziconi più ‘appetitosi’ e meno consumati trovati nei posaceneri, quando una notte senza consiglio sembrava non finire mai e l’astinenza da fumo li tormentava.

Cris non aveva mai amato quel tipo di degrado, derivato da un’istituzionalizzazione che non aveva non solo mai concepita, ma che veniva imposta a forza dai responsabili. Sembrava infatti che fossero più contenti di sapere gli inquilini dipendenti da loro per ogni inezia del quotidiano che autonomi in qualche cosa, dal saper fare il letto al semplice VOLER uscire da soli invece che accompagnati dagli operatori, quelle rare volte che si decideva di portarli un po’ a prendere aria, piacere che la maggior parte dei pazienti aveva ormai paura di concedersi in modo indipendente.

Sì, la paura di fare da soli, la paura di uscire: esisteva, altro che se esisteva! Dopo tanti anni di catechismo psicologico sulla necessità di far parte di un ‘progetto’, che comprendesse la presenza degli operatori per ogni piccola decisione sull’organizzazione della propria vita, il paziente si convinceva non solo di non avere più voglia, ma anche di non aver neppure più la capacità di uscire da solo e potercela fare a vivere un po’, senza trovarsi in difficoltà ad avere a che fare con la gente comune.

Cris si era sempre scontrato con questa linea di condotta, prendendosi le libertà anche laddove non erano concesse; infatti, aveva sempre cercato di uscire, spesso anche quando non ne aveva voglia, proprio per non perderci l’abitudine e restare quell’animale sociale che gli aveva permesso di vivere felicemente diversi momenti della propria vita, prima di entrare lì. Ce l’aveva messo la famiglia, lì dentro, convincendolo che i suoi periodo di alti e bassi fossero una malattia da curare. Lui l’aveva alla fine creduto, pensando che qualche mese di ‘cura’ non gli avrebbe recato alcun danno e, invece, si trovava ancora lì dopo quattro lunghi anni, con la nostalgia del mai vissuto, a sentirsi dire che c’erano ancora parecchi angoli da smussare prima di poter rientrare sereno nel mondo, che per non trovarsi in difficoltà bisognava per forza saper essere sempre posati e senza sbalzi di tono dell’umore. I suoi sbalzi… ma che cos’erano in fondo? L’alternarsi di adrenalina non gli aveva mai impedito di star bene con sé stesso, semmai lo spingeva a cambiar lavoro più spesso di altri, perché non lo trovava stimolante o perché non lo riteneva più adatto alle sue capacità. Che c’era di male in questo?

Altri passi, odore di caffè: ora non era più l’operatore che faceva avanti e indietro, ma qualcuno che si stava preparando un caffè  ‘clandestino’. Sarebbe scoppiato un bel casino quella mattina, qualora avessero scoperto il colpevole (lo scoprivano sempre) ma ciò non avrebbe scoraggiato gli altri dal farlo ancora. Era l’unica cosa da fare lì, bere caffè e fumare sigarette e sembrava stranamente che fosse l’unica cosa che alcuni pazienti non erano disposti a farsi togliere, il piacere di passare un paio d’ore in autonomia senza operatori a dir loro cosa potessero o non potessero fare. Evidentemente, l’operatore in quel momento era al piano di sotto, ma avrebbe sentito l’odore del caffè anche due ore dopo e non avrebbe lasciato scampo all’autore dell’infrazione.

Cris uscì dalla camera, andò in punta di piedi nella piccola cucina e gli si aprì lo scenario di Berto e Lisa che aspettavano con occhi guardinghi il confortante borbottìo della moka, che questa rilasciasse il caldo e fumante liquido nero.

<<Ce n’è anche per me?>> chiese Cris.

<<Ce n’è, ce n’è. Solo, devo portarne un po’ anche a Federico che mi ha chiesto di svegliarlo se l’avessi fatto>>.

Attesero in silenzio che la moka vomitasse il bollente e desiderato succo di libertà, lo ripartirono in quattro parti uguali e, dopo averlo allungato con acqua fredda, lo bevvero avidamente in una sola sorsata, come fosse stata una birra gelata in un rovente pomeriggio agostano.

<<Ce n’hai una?>> chiese Berto a Cris intendendo una sigaretta.

<<No, ma ho un po’ di tabacco. Tieni conto che però mi deve durare anche domani: non potrò comprarlo, forse>>.

<<Perché, non ti hanno dato il permesso?>>.

<<No, non è per quello. Il permesso ce l’ho già. Soltanto, non credo avrò i soldi: non mi bastano per fare tutto>>.

<<Ah, capito>> chiuse Berto, non avendo in realtà capito nulla. Lisa stava in disparte silenziosa, immersa nei suoi pensieri con gli auricolari dell’iPod acceso nelle orecchie: se ne stava sempre isolata, anche se in compagnia, e interagiva solo a tratti, ma senza mai togliersi gli auricolari.

Cris rollò due sigarette, una per sé e una per il compagno. Lisa li guardava attenta e lontana, mentre fumava una delle sue. Lui guardò l’ora, tirò un sospiro e ritornò a fumare nervoso: era ancora presto, anche se in realtà non mancava molto all’ora desiderata.

<<Perché non ti basteranno i soldi?>> riprese Berto <<te ne danno di meno?>>.

<<No. Sempre uguali>>.

<<E allora?>>.

<<Ho delle spese>> tagliò corto Cris con un sorrisetto. Di nuovo Berto fece segno di aver capito, pur essendo in alto mare. Cris pensò che sarebbe stata forse l’ultima sigaretta che avrebbe fumato con lui. Gli avrebbe voluto offrire da bere, portando magari in struttura del vino per festeggiare all’insaputa di tutti, ma Berto aveva problemi di alcol. Lisa no, era ‘solo’ psicotica.

Iniziò a essere nervoso, se ne accorgeva anche lui stesso ora. Quello che stava per fare non era da tutti, e infatti lui ne aveva paura: cosa sarebbe stato di lui? Si sarebbe forse trovato in un altro mondo dove la gioia fosse finalmente possibile e contemplata, oppure in un diverso paradiso chimico, fatto di goccine, pastigliette e repressione degli istinti? Chi poteva vedere aldilà del muro del tempo, il futuro di un altro mondo? Riguardò l’orologio di plastica che aveva al polso: ancora presto, ma ancora poco per compiere il gesto che l’avrebbe reso libero. Doveva solo tener duro e sperare che qualche operatore curioso non scovasse prima del tempo la sua arma, il suo traghetto per l’altrove.

Non sarebbe successo, ne era certo, anche se stava certamente rischiando: farsi cogliere nel bel mezzo di un caffé-party significava anche l’eventualità che gli operatori volessero perquisire la stanza in cerca di pacchetti di caffé clandestinamente introdotti e nascosti, come spesso faceva Berto, anche se per la maggior parte delle volte bastava rubarne un bicchierino di plastica dalle scorte comuni.

L’impazienza lo divorava, non riusciva più a stare fermo e andava avanti e indietro per la cucina e si affacciava nervosamente al corridoio per controllare se passasse qualcuno di non gradito. Passarono i minuti a manciate, poi arrivò un attimo in cui un suono lo colse impreparato: era l’infermiere in turno che al piano di sotto armeggiava con le chiavi e apriva la porta d’ingresso della struttura, in anticipo sul tempo solito.

Cris non indugiò un momento: si lanciò verso la sua stanza e andò a recuperare sotto il letto quello che aveva nascosto, che gli avrebbe garantito la riuscita dell’estremo atto di ribellione verso il sistema a cui era sottoposto: il suo zainetto.

Sì, era quella la sua arma: il viatico per la libertà, un passaggio verso il preferibile ignoto, l’altrove che fosse qualsiasi posto fuorché lì dentro o vicino ai famigliari che lo preferivano segregato che libero di imparare sbagliando; ovunque tranne che dove vigevano regole assurde e si istituzionalizzava la gente.

Il futuro adesso era tutto un enorme chissà… Gettò un’occhiata di saluto alla cucina da dove lo scrutavano incuriositi Berto e Lisa, li salutò con un cenno e loro ricambiarono. Chissà cosa sarebbe stato di loro. Chissà cosa sarebbe stato di lui. E chissà cos’avrebbero pensato la prossima notte, davanti all’ennesimo caffé clandestino, sentendosi magari, qualora avessero ripensato a lui, un po’ più liberi anche loro.

 

 

 

 

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