Yvonne

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  • foto per yvonneLa strada era trafficata, mentre già prendeva a intrufolarsi nella stretta valle che, dallo sbocco sul mare, si sarebbe poi snodata inerpicandosi su per le colline, a loro volta arrampicate oltre le pendici del monte.

    Faceva caldo: il sole delle quattro del pomeriggio batteva in testa, e sulle spalle doloranti di Silvio. Dannato torcicollo! Lo stava torturando, al pari dei malumori di cui Mara era capace, rendendoli contagiosi e molesti. A volte era tentato di pensare che lei fosse solo una seccapalle come un’altra, ma in fondo sapeva che la sera prima aveva avuto ragione e lui torto marcio: il che era causa ulteriore dell’umore nero di cui era pervaso.

    Lo attendevano tre ore ancora prima che l’ultimo, e unico, autobus di quell’afosa domenica agostana lo potesse raccogliere, ridotto a pezzi anche dall’ennesima notte insonne, e gli permettesse di raggiungere la sperduta frazione in cui al momento abitava, ma che distava in fondo solo sette chilometri. Peccato, pensava, che fossero sette chilometri tutti in salita, una salita ricca di tornanti stretti e anche pericolosi da percorrere a piedi, per di più con un pesante trolley da trascinare che in quel momento gli sembrava contenere piombo.

    E le spalle e il collo bruciavano sempre più: dannata infiammazione, si ripeté.

    Attese un’ora buona alla fermata del bus. Intanto, nelle strade della cittadina di mare, sciami di turisti, smaniosi di aggrapparsi agli spiccioli del loro weekend da spiaggia o della tanto sospirata settimana di vacanza estiva, confluivano per dirigersi verso un ultimo bagno di sole o godersi l’ennesimo gelato. Fu un’ora in cui Silvio tentò di tenersi occupato mentre cercava invano di farsi notare al bordo della via centrale, confidando che la buona sorte facesse passare di lì qualche conoscente, pietoso al punto da caricarlo in auto con tutto il bagaglio e fargli percorrere rapido e indenne i famigerati chilometri che lo separavano dal suo provvisorio e scomodo alloggio, che in quel momento comunque gli pareva un miraggio.

    Quando ormai fu chiaro che colpi di fortuna non ve ne sarebbero stati, Silvio si rassegnò a tornare alla pensilina, la testa già bollente di sole, per sedersi a rollare qualche sigaretta. Non vedeva altra soluzione che fumarci sopra: con le donne, dopo le prime tre settimane di frequentazione, era inevitabile che il rapporto diventasse conflittuale e pesante da sostenere. E anche Mara non faceva eccezione!

    Il punto era che quella femmina gli stava dannatamente crescendo dentro, conficcata nel profondo da farsi sentire, dolorosa come un che d’irrinunciabile, così pulsante nella pancia e nel petto come un cuore che batte. Possibile che fosse lei ‘quella giusta’? O meglio, che lo fosse ‘questa volta’?

    Quante donne, all’apparenza uniche e fuori della norma, aveva conosciuto e abbracciato, per poi doversi rendere conto con dolore che aveva mal riposto l’ardore dei suoi abbracci? Appartenevano tutte, dunque, a quella pericolosissima specie che sono le ‘donne sbagliate’?

    Intanto l’orologio lo stava contrariando, facendogli perdere la pazienza: macinava minuti con indolente lentezza, figurarsi quanto avrebbe impiegato per sancire le mezz’ore, per non parlare delle ore… Con un moto di stizza, Silvio si risolse ad afferrare di nuovo il suo pesante trolley, che per di più rollava sull’asfalto sbandando fastidiosamente, e a tentare l’impegnativa risalita a piedi verso casa, o per lo meno quella che per qualche tempo ancora sarebbe stata tale. Un po’ di fatica in più, ma non tre ore d’inerte e frustrante attesa sotto un sole cocente, che già stava appesantendogli il capo con il suo ingannevole calore.

    Quindi, avanti e marsch! Valigia in mano, sole in testa e pensieri troppo duri nel cuore, in quella che doveva essere l’ultima estenuante tappa di un’odissea domenicale iniziata cento chilometri prima, su un vetusto treno locale affollatissimo e fermo, ogni pochi minuti, anche nelle stazioni più sconosciute di tutto il tragitto costiero. Brutto da dire e ancora più da pensare, ma quel viaggio aveva reso più nitida l’idea di seccapalle che in quel momento aveva di Mara, come se in qualche modo lei avesse colpa della sua disorganizzata e scomoda avventura.

    Provò, sì, a chiedersi se il problema non fosse in realtà lui stesso, o la sua cronica insofferenza a qualsiasi forma di stabilità, anche affettiva, o se tutto si limitasse a un pomeriggio fin lì da dimenticare. Pur non sapendo in virtù di quale associazione di idee, gli tornò comunque alla mente quanto usava ripetergli una sua antica professoressa del ginnasio: ‘Silvio, ricordati che, se nella nostra vita ricorrono sempre gli stessi tipi di problemi, ecco, si deve cercarne la causa in noi stessi e nel nostro atteggiamento verso la vita e le situazioni, non nei problemi.’

    Convenne tra sé che poteva essere vero, ma che in quel momento non aveva molta importanza: quel che invece importava era il dilemma di ritornare a casa indenne.

    Con quei pensieri sparsi, dovuti secondo lui a un mezzo delirio da insolazione incipiente, si risolse a fare l’autostop, unica sua speranza di non stramazzare al suolo prima ancora di arrivare a metà strada. Provò per mezz’ora buona, poi dovette gettare la spugna vinto dal caldo e dallo scoramento. ‘Al diavolo’ pensò, avrebbe attaccato a piedi la parte più dura della salita, in barba a quanti, in quell’assolata domenica d’agosto, si facevano spazio sulle spiagge e godevano delle loro vacanze, non dimenticando però in cuor suo che stava affrontando tutto questo per amore di una donna. Amore? Mah!…fu lì per chiedersi chi glielo facesse fare…

    Era tutto sudato, un braccio indolenzito, le gambe affaticate e la testa che scoppiava: si arrese all’evidenza di non essere in grado di affrontare le impervie salite senza accusare il colpo. E per quanto troppo cresciuto per queste cose, se ne rendeva conto, decise che l’unica soluzione per evitare di soccombere era provare di nuovo a fare l’autostop, come un ragazzino: la valigia voluminosa e il viso madido di sudore, pensò, avrebbero forse impietosito qualcuno. Provò ancora per mezz’ora, poi si arrese, più nervoso di prima, e riprese il cammino risoluto: ‘al diavolo’ pensò ‘mi sto rincoglionendo! Eccomi qua, in una domenica d’agosto, in una cittadina di mare, dove invece di andare in spiaggia a farmi un drink e giocare a beach volley, vago a piedi come un disperato, elemosinando un passaggio, sudato come un asino e dopo più di due ore di viaggio, più altre tre in programma per fare sette fottuti chilometri: ridotto male direi…e tutto questo per cosa? Per una donna! Io!’

    Quando ormai aveva abbandonato l’idea di essere almeno un po’ fortunato, arrivò veloce un’auto guidata da una testa di donna riccia che gli era famigliare: la sua vicina di casa! Non credendo quasi a quella fortuna, le fece cenno e lei immediatamente si fermò, voltando la testa riccia verso di lui e aprendo il bagagliaio con i comandi dal cruscotto. Silvio lo alzò, felice, esclamando ‘E’ il Cielo che ti manda!’.

    ‘La valigia, ci sta?’ chiese lei. ‘ Vuoi che ti faccia spazio?’

    ‘No, no, grazie. Andiamo pure.’

    Girò intorno all’auto andando alla portiera, la spalancò e… Oh!

    ‘Ma tu… non sei la mia vicina di casa!’

    ‘Beh, neppure tu’ disse lei riprendendo la marcia.

    ‘Oh, scusami, che figura da sfacciato! E’ un pomeriggio terribile, io…’

    ‘A dire il vero, anch’io ti ho scambiato per qualcun altro. Credevo fossi un amico mio’.

    ‘Ah. Spero che non sia un problema, mi dispiace…’.

    ‘Ma no, ma no, figurati! Sali pure’ cinguettò lei, con un largo e civettuolo sorriso.

    Silvio prese posto e la osservò, mentre lei si rimetteva in marcia. Era una donna che dimostrava più di cinquant’anni, anche se cercava di apparire una ragazzina: l’abitino cortissimo e sgargiante, che metteva in mostra gambe un tempo forse attraenti e che ora erano inguainate in calze a rete bianche, e il trucco coloratissimo lasciavano intuire una certa pretenziosità che però gli occhi neri, grandi e dolci, e quel sorriso intriso di femminilità smentivano, rendendola simpatica e a suo modo affascinante. Di certo aveva ammaliato più di un uomo nei suoi anni di gioventù, ma forse le occhiate languide e la voce musicale glielo permettevano ancora. Le ciglia erano lunghe e folte, le unghie curatissime, le labbra rifatte ma con discrezione. Silvio, per qualche strana ragione, si accorse di sentirsi con lei in imbarazzo e a suo agio, nello stesso tempo: l’atteggiamento della donna era disinvolto al punto da poter essere definito incoraggiante. A dir la verità, lui lo trovava incoraggiante: dove vivi, ah io ho la casa qui vicina per passarci i weekend; cosa fai, ah che bello che fai il pittore; hai una compagna, ah che fortuna che hai perché io con gli uomini non sono così fortunata, e via dicendo.

    Insomma, i segnali d’interesse e di disponibilità c’erano tutti, i sottintesi non mancavano, e a Silvio erano bastati pochi minuti della strada che arrivava alla frazione, anzi qualche istante appena, per riconoscere il vuoto che una donna di mezza età, conosciuta per caso, esprimeva con atteggiamenti e parole. Lui poi di riuscire decisamente piacevole lo sapeva eccome, e lo specchio ogni giorno rinsaldava quell’idea.

    Sorrise tra sé, di quella donna e del suo patetico essere sola e in cerca di avventure, che a quell’età gli sembrava triste e comico a un tempo. Sarebbe bastato un cenno da parte sua, un segno qualsiasi di disponibilità e lei lo avrebbe corteggiato fino in fondo. D’altra parte, che cosa aveva da perdere? Conosceva quel tipo: una donna facoltosa e sbarazzina, che sarebbe stata anche disposta a regalargli qualche sfizio se lui avesse voluto approfittarne, con discrezione e senza impegno…

    All’improvviso, sarà stato il caldo forse, fu folgorato da un pensiero: ma che gli saltava in mente? E che ne sarebbe stato di lui, se avesse ceduto a quella tentazione? Mara, la dolce Mara, che fino a pochi istanti prima aveva considerato una seccapalle, non gli stava forse dando l’amore che lui non aveva provato per sé stesso, oltre a un’opportunità di redimersi? Cosa doveva fare di quell’amore? Perderlo per strada con una sconosciuta di cinquant’anni per inseguire una piccola sfiziosa follia, o serbarlo con cura dentro di sé? Si sa, le persone si attraggono quando sono della stessa razza, perché lo sentono a olfatto e sulla pelle che inizia a formicolare, e si accorgono subito di avere lo stesso istinto. Quell’istinto porta a cercare le situazioni più illogiche ma intriganti, le più improbabili ma arricchenti, le più dolci ma letali.

    In un primo momento, Silvio si disse che se solo avesse voluto quella femmina sarebbe stata sua, entrambi avrebbero goduto e delle conseguenze non si sarebbero dovuti curare, sempre che ce ne fossero. Facile, veloce, indolore, insapore. Poi, a una disamina più profonda, qualcosa o forse un moto dell’animo, come avrebbe scritto Dostoevskij, lo portò  a non sentire più sue quelle gesta che solo fino a pochi mesi prima avrebbero arricchito il suo curriculum di brevi e insapori piaceri.

    Lui stesso, in passato, non si era comportato in modo diverso da quella donna. Anzi, si rese conto del rischio di avviarsi verso la sua stessa strada, di percorrere insieme a lei non solo i tornanti per arrivare al paese. Loro erano compagni di viaggio che non si conoscevano ma che si comportavano allo stesso modo verso sé stessi, lo erano nell’uso e nell’abuso della propria libertà di scelta. Per lei poi quella era sicuramente la domenica della vita, l’età del riposo e della scelta tra la rassegnazione o la sfida di nuovi obiettivi, per non rimanere immobili nell’afa opprimente dell’insensibilità.

    Intanto chiacchieravano, o meglio, lei lo fece con amabilità e a suo agio fino all’arrivo in frazione. Quello era il momento degli addìi o delle cazzate, della decisione di non rivedersi più nella vita o di buttarsi in un’altra passione dall’esito incerto, fine a sé stessa, dall’identico sapore scialbo di sempre.

    Si guardarono per un istante, pieno d’intenti e di parole non dette.

    ‘A proposito, non ci siamo presentati… Tu come ti chiami?’

    ‘Io? Silvio. E tu?’

    ‘Io mi chiamo Yvonne.’

    ‘Yvonne… Bel nome. Penso che me lo ricorderò a lungo.’

    ‘Anch’io il tuo. Assomigli o, meglio, mi ricordi un amico molto caro…’

    ‘Già, penso funzioni così. Ci si ricorda sempre delle persone che ci ricordano qualcosa.’

    ‘Io ti ricordo qualcosa? O qualcuno?’

    ‘Sì, in un certo senso, sì. Mi hai effettivamente ricordato qualcosa.’

    ‘Beh, spero si tratti di una bella cosa’ sorrise lei.

    ‘ Ancora non lo so, ma conto di scoprirlo presto.’

    ‘Va bene. Allora… ci vedremo, forse, uno di questi weekend. No?’

    ‘Forse. Le strade s’incrociano in molti modi, di recente.’

    L’espressione di Yvonne diventò seria.

    Silvio, si accomiatò, prendendo al volo la decisione di scendere da quell’auto, andò al bagagliaio a recuperare la valigia e salutò con il suo miglior sorriso. SI era ricordato infatti quanto potesse valere la propria dignità di uomo, quanto il suo bagaglio di esperienze pesasse ancor più di quel trolley e quanto il dolore di compiere delle scelte potesse essere forte come trascinarlo con le spalle infiammate. La meta però, quella non doveva essere persa di vista, o lui avrebbe rischiato di perdere sé stesso, così, per una banale serie di tornanti. Nella vita i tornanti ci sono sempre, in salita e per tragitti più lunghi di qualche chilometro, e la solitudine procura troppo spesso strani compagni di letto.

    Richiuse la portiera dell’auto, lasciandovi dentro una scelta mai fatta. Guardò poi il proprio bagaglio e, tirando un sospiro, prese per mano il pensiero di Mara, portandolo con sé, finalmente verso casa.

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