Perché scrivo: la verità del Villa

Scrivo perché ho dei limiti.
Mi rimetto alla clemenza della penna sul foglio bianco (sì, scrivo ancora a mano) per dare a tutto quanto una piega diversa da quella che ha preso, in realtà, la mia vita disastrata, segnata da vicende giudiziarie che mi hanno fatto vedere l’inferno e tolto tutto: amore, famiglia, denaro.
Scrivo perché ho delle emozioni forti.
E’ una cosa che di me mi pare bella, perciò ho il desiderio di provare a dare a chi mi legge le stesse vibrazioni.
Scrivo perché non è vero che ‘mi riesce naturale’, ‘è una parte di me’ e via dicendo con le frasi ad effetto.
Niente di tutto questo.
Scrivere per me è una sofferenza, un parto vero e proprio, non c’è nulla di naturale nello scrivere, non con di fianco un compagno di stanza (vivo in una comunità) che intanto si agghinda per un appuntamento galante, o bestemmia perché di notte lavoro con l’abat-jour accesa, dal quale dormi a mezzo metro di distanza.
Scrivo di notte e all’alba, nei momenti in cui vengo in contatto con la mia anima, nei momenti di pausa creativa rollo a mano sigarette fatte di tabacco e bevo brodo caldo da bicchieri di plastica. Intanto, nelle orecchie musica metal a palla, o ballate rock.
E all’anima, chiedo per favore di darsi un pò a quello che creo, io ve la spingo dentro a forza,spremo me stesso in modo tale che le parole ne portino l’imprinting.
In una sorta di trance creativa mi metto sotto autoanalisi, mi scavo dentro, tiro fuori e ripercorro il mio io più profondo mano a mano che vergo segni sulla carta, solo dopo riesco a snebbiare la vista ed a vedere ciò che ho scritto.
Scrivere, per me è anche rivalsa da ciò che ho passato, è dare voce a tutti coloro che ancora credono i me e con me hanno passato l’inferno del carcere e degli OPG, pur non appartenendo a quella distorta realtà.
E’ tutto qui, non c’è altro da dire, nessun segreto, scrivo perché sono imperfetto. E spero che nelle mie storie vi sia qualcosa di migliore di me.
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