Pasta in bianco

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  • stanza squallida

    Porto addosso i segni dei miei vizi.

    Ho le dita macchiate di tabacco, le vene indurite da siringhe di polveri improbabili, il cervello irrimediabilmente sconvolto.

    Ylenia invece, porta i segni della sua condanna: sette anni di galera.

    Non è un’innocente , forse non lo è mai stato nessuno, non nel senso tecnico della parola.

    Dicono che ha accoltellato il marito, dice lei che fu una specie d’incidente, sostengono fosse d’accordo con l’amante: io non saprei.

    Per me non fa differenza. Il passato è passato, io conosco l’Ylenia che mi sta lavando l’unico piatto che ho in casa, dopo aver cenato a lume di candela, ma non solo.

    Io conosco una donna che non  mi farebbe mai alcun male, se non forse abbandonandomi senza lasciare traccia, un domani neanche troppo lontano. So che lo farà. Non ho niente da offrirle. Né da prenderle. Quindi, per lei sono innocuo. Lei per me no.

    Soldi non ne ho, neppure lavoro. Ogni tanto, faccio un favore a qualche amico e consegno pacchi di cui non voglio sapere il contenuto, né vedere la faccia del destinatario. Ho abbandonato la vecchia strada, le mie galere le ho vissute anni fa e non mi hanno regalato alcuna saggezza né pentimento. Mi hanno solo rubato la vita. Me la sono forse rubata da solo. Ma oggi, a quasi cinquant’ anni, è un po’ tardi anche per i commenti.

    Ylenia ha mangiato con gusto quello che potevo cucinarle: pasta in bianco, con una spolverata di parmigiano. Ma solo perché stasera ci siamo voluti sentire dei signori: soldi non ne ho, lei neppure. I pochi che avevamo li abbiamo investititi in alcolici ed in emozioni pesanti a basso prezzo.

    La mia tana è tutt altro che accogliente, un monolocale dentro al quale l’ha accolta un tavolo posto al centro, un  materasso sbattuto per terra ad un lato, un mobiletto su cui poggiano due fornelletti da campeggio dall’altro. A che servono? Sono la mia cucina, come lo furono in quella porca schifosa galera che oggi, a ben vedere, quasi mi manca per certi versi. In galera non esistono povertà e ricchezza come la intendiamo noi ‘liberi’: non esistono i poveri in assoluto, ma neppure i ricchi. Poi, c’è chi se la passa meglio di altri, ma quando una stecca di sigarette a settimana ti fa sentire ricco, allora vuol dire che non hai veramente un cazzo nella vita.

    Ylenia ha passato tutto questo, da una settimana è di nuovo libera, ora vuole vedere se è rimasta anche donna.

    E’ venuta a trovarmi per festeggiare la libertà, un tempo stavamo insieme e forse ci amavamo pure: non so se era vero, ma a me piace credere così. Lei sorseggia piano dal suo cartone di tetrapak il vino cattivo, io lo tracanno a sorsate rumorose. Domani avremo mal di testa, mal di pancia, forse io male anche nel  cuore se non riuscirò a vedere un sentimento in quello che sto per fare con lei. Sì perché, mi dice, ‘sono troppi anni che non faccio l’amore, ho paura e mi sento bloccate. Tony, non riesco a lasciarmi andare, non riesco a godere… troppo fai da te, troppe donne intorno, troppo di niente e troppo poco di tutto.’

    Il problema è solo suo, io non mi esimo ma so che non riuscirò a rendere ragionevole il suo intento ubriacandola con vino cattivo. A me non fa differenza, anche la povertà lascia i suoi segni e l’emarginazione pure: ognuno ha i suoi.

    Non sono una vittima, non la sono mai stata e ho addirittura un ricordo, pallido ma vivo, di come si è uomini.

    Ma insisto, voglio sapere che vuole da me. ‘Rivoglio la mia anima’ mi dice.

    Non le faccio domande, so bene cosa vuole dire, se è per quello l’ho  persa per strada anch’io.

    So già che non riavrà niente indietro, la vita non restituisce certe cose, non a noi che abbiamo gettato la spugna. Ma forse lei è diversa, la è  sempre stata.

    Preparo il materasso, mi ritrovo incuriosito dall’ultimo pensiero intorpidito dal vino ed è curioso che cerchi la sua anima proprio da me. Poi spengo il pensiero come si fa con una abat-jour, mi sbatto sul materasso sporco senza neppure prepararlo un po’  e aspetto che tutto sia finito per entrambi, quasi che aspettassimo dal dentista per levarci un dente cariato, finché il giorno, annunciato da una delle sue livide albe autunnali, si porterà via anche l’ultimo desiderio di provarci, ridandoci un’altra bella dose della sua anestesia.

    E intanto penso: mangerò pasta in bianco anche domani.

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