Binario Sette

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  • treno che passaHo messo in valigia i miei quattro sogni e sono partito.
    Non avevo nessuno da lasciare e non avrò nessuno ad aspettarmi a destinazione, credo. Spero forse in un non so cosa, forse in niente, forse mi aspetto solo di sperare di nuovo. Probabilmente non lo saprò neppure all’arrivo, potrei non saperlo mai, ma non si può davvero sapere cosa ci si può aspettare dalla vita, no?
    Ed allora, sotto con i sogni mai sognati, i biglietti mai fatti e i suoni che da tempo non odo più, quelli delle stazioni ferroviarie dove ogni mormorìo è una storia che è una vita ed ogni treno ne trasporta a centinaia. La mia, per l’esattezza verrà trasportata fino a Roma, città mai vista e visitata, neanche so com’è fatta in cartolina, qui a Genova non se ne sente proprio il bisogno di sapere come sono fatte le altre città. A meno che non si sia stufi di questa sporca sporcizia sotto al tappeto che è il Bisagno ormai in esondazione cronica, che sono il porto dove arrivano troppe poche navi e il paesaggio devastato dalla cementificazione, dissestato dalle alluvioni. Per non parlare dell’arte del mugugno, quell’arte tutta genovese di lamentarsi sempre senza concludere pressoché nulla, a parte lavorare molto per avere una terra sempre triste uguale, bellissima e malinconica. Snob, superba Genova.
    Alla stazione a quest’ora del mattino c’è già ad accogliermi odore di caffetteria e di croissant e focacce calde, un po’ l’olezzo di umanità che va e che arriva, valigie e, inconfondibile, l’odore metallico e sporco di treni e binari. Un po’ avevo paura, prima di partire. Un po’ l’ho vinta con la frustrazione di chi sa che una storia d’amore è finita e che non si possono più risistemare i pezzi per mettere insieme almeno una fievole speranza che sopravviva al nulla del nulla. Quindi, pronti e via.
    Fuori da Porta Principe il rombo nevrastenico di sciami di auto che arrivano da via Venti e da ogni altro dove, per fluire disordinate, ma implotonate come formichine verso un chissà poi che. Io non volto più lo sguardo indietro e tiro dritto verso il ventre della stazione, non per paura della nostalgia e la tentazione di cambiare idea, bensì per accelerare quel processo di taglio del cordone ombelicale che mi ha legato da troppo a qualcosa che non so più neanche cos’era. Una storia d’amore? Un progetto di vita insieme? Laura non era mai stata tutto questo e l’averlo realizzato mi ha fatto maturare la decisione finale: sarei andato dove il vento mi avesse portato, sarei stato lì dove mi avesse posato. Laura… Chissà se si era già svegliata. Non le avevo detto nulla neanche la sera prima, la valigia l’avevo preparata di nascosto e l’avevo abbandonata da un amico in un momento in cui lei non poteva scoprirmi, e non, lo ammetto, per quella fuga romantica e strappacuore che stavo compiendo ora, ma per il semplice fatto di poter cambiare idea all’ultimo istante. Sì, io codardo non avevo certo la sicurezza di partire fino alla sera prima, fino a stanotte, neppure fino a due ore fa invero. La decisione ora è presa e senza tentennamenti si sorta e, ora so, mi sento davvero libero e sospiro e respiro aria a pieni polmoni , come se non avessi mai aspirato i gas di scarico delle sette di mattina in centro peraltro… Ma a me sembrano nuovi e anche buoni, sanno di viaggio, sanno di partenza, sanno di un casino che da sempre è la mia vita e sempre lo sarà.
    Binario sette, binario già carico di mostro di ferro e ruote che macineranno le centinaia di chilometri e le quasi quattro ore di viaggio fino all’Urbe, fendendo ignoranti e spostando prepotenti il vento che si opporrà inutilmente sulla loro strada.
    Io non so che cosa sposterò davvero invece nella mia vita, forse tutti i miei orizzonti, forse solo le mie quattro ossa e la mia valigia. Ma tant’è, qualcosa bisogna pur spostare per fare ordine… E Dio sa se ho bisogno di fare ordine nella mia.
    Sto per salire gli scalini del treno, issando il trolley che mi segue fedele come un cagnolino tenuto al guinzaglio, quando mi si avvicina un vecchio barbuto, vestito di abiti sporchi e stracciati e puzza di sudore e vino da far impallidire un osteria del porto.
    ‘Ragazzo, hai un po’ di moneta per favore? Devo ancora mangiare stamattina.’
    Lo guardo distratto e sprezzante, bofonchio un ‘no’ secco e scocciato, poi con un ultimo e più deciso colpo di reni tiro a me la valigia e mi faccio ingoiare dal vagone.
    Mi siedo al mio posto prenotato, mi dico ma che cazzo, cosa vogliono tutti da me, ci sarà senz’altro qualcuno che gli darà due spiccioli al posto mio, se non per pietà per schifo e per levarsi presto di torno il suo cattivo odore. Discorso stupido forse, ma di prassi è vero.
    Chiudo gli occhi e mi rilasso, il treno non partirà che tra un quarto d’ora, io ho bisogno di pensare e, dopo aver vagolato nei miei pensieri per tempo incalcolato, li riapro per guardare dal finestrino e, sorpreso, vedo ancora il barbuto mendicante. Mi dico che chissà, forse arriverò a Roma e non troverò subito l’amico che mi ha offerto ospitalità ed allora con i miei pochi spiccioli non saprei cosa fare, o addirittura potrei non finire per andare d’accordo come sperato e, mah, vai a sapere che sarà di me. Mi scopro ora ad aver fatto conto su un solo piano, il piano A, mancante totalmente del piano B. Se qualche calcolo andrà storto non avrò più una casa dove tornare, un tetto e un piatto caldo per la sera. Ma allora, mi dico, sono poi così lontanto da quel disgraziato? Faccio per cercare qualche moneta, ma le porte del treno con un sospiro e un fischio chiudono i battenti. Io mi sento in qualche modo sprofondare ne panico: no, non chiudete, non partite, non ora!
    Troppo tardi, già la stazione fuori dal finestrino si muove ed io capisco , guardando in un riflesso la mia faccia già stanca, che forse ho perso per strada una mia verginità, e per quello che ho seminato ho raccolto. Ho negato un gesto dovuto ad uno che in fondo è come me, sta cercando quel che sto cercando io. Lo stesso, sto viaggiando, non è cambiato nulla, ma forse è cambiato tutto.
    Sono sempre io, ci sono sempre i miei quattro sogni in valigia, ad aspettarmi i soliti forse; dietro a me forse ancora c’era qualcosa in più di un semplice tetto, ma non certo qualcosa che io potessi chiamare felicità. Forse tranquilla abitudine, ma non più di quello, straniero in casa mia.
    Ma scopro in compenso perché tutto quello che ho appena lasciato non mi bastava, l’immagine è quella che anche il barbone aveva, vale a dire di un tetto da qualche parte, che fosse l’androne di un portone o un tetto di fortuna, aveva qualche posto insomma. Ma come me gli mancava un calore, quello che danno un posto ed un qualcuno (e una vita, giusta o sbagliata che sia) che davvero ami, ad accoglierti e ad aspettarti la sera. Un qualcosa che io non avevo in realtà da anni e, ora lo sapevo, era quello che stavo cercando: un posto che, più di quattro mura, io avrei potuto un giorno chiamare, finalmente, casa.

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